L’importanza della figura paterna. Parliamo di coppie separate, di figli e di problemi

Le conseguenze psicologiche e fisiche della separazione, sui più piccoli, quando le figure materna e paterna non possono essere equamente presenti sono spesso molto serie. Disturbi psicosomatici, livello di soddisfazione di vita…

L'importanza della figura paterna. Parliamo di coppie separate, di figli e di problemi
L’importanza della figura paterna. Parliamo di coppie separate, di figli e di problemi

Si parla tanto di separazione, di divorzio, e ultimamente di coppie ‘non tradizionali’ spesso concentrando più l’attenzione sugli adulti e sui loro (indiscutibili) diritti e problemi, trascurando però i figli, soprattutto quelli ancora in tenera età. Le conseguenze psicologiche e fisiche della separazione, sui più piccoli, quando le figure materna e paterna non possono essere equamente presenti sono spesso molto serie.

Noi ne parliamo con il Dott. Vittorio Vezzetti, Medico Pediatra (Fondatore dell’International Council on Shared Parenting e Presidente dell’European Platform for joint Custody COLIBRI) e parliamo anche dell’importanza della figura paterna, e delle conseguenze negative di una insufficiente presenza di questa figura durante la fase di sviluppo dei figli delle coppie separate.

Crescere all’interno di una famiglia serena e in cui padre e madre sono presenti è sicuramente diverso dal crescere in una famiglia in cui liti e tensioni si risolvono poi in una separazione, con tutto ciò che ne consegue. Quali sono le conseguenze più note che la separazione dei genitori ha sulla psiche dei bambini?

In realtà inferiori a quelli che comunemente si crede. Infatti occorre osservare che fino a qualche anno fa la ricerca in questo campo era focalizzata sugli effetti del divorzio “tout court” senza considerare le modalità di divorzio, cioè se dopo il divorzio il minore poteva continuare ad avere contatti frequenti, soddisfacenti e regolari con entrambi i genitori dato che l’affido materialmente condiviso (Joint Physical Custody) era poco frequente in tutto il mondo.

Pertanto la necessità di disporre di imponenti serie di dati per trarre delle conclusioni valide su sottogruppi molto piccoli della popolazione ha in passato notevolmente ridotto la possibilità di validare a livello statistico la ricerca sui figli che vivono in una situazione di affido materialmente condiviso. La propensione era (e spesso ancora è) di attribuire al divorzio le conseguenze che riguardano, ad esempio, la perdita di contatto con un genitore o il conflitto familiare.

Soltanto negli ultimi anni, in particolare nei paesi nordici, la diffusione della joint physical custody [1] ha permesso un’ampia ricerca comparativa), e, inoltre, di capire che il tipo di affido può avere un effetto enorme sulle conseguenze di un divorzio in tema di benessere dei figli.

Oggi grazie a studi validati statisticamente su centinaia di migliaia di minori possiamo dire che in media i figli della famiglia unita rappresentano ancora il golden standard ma i minori che vivono tempi sostanzialmente eguali presso i genitori dopo la loro separazione sono posti subito al di sotto. Molto lontani, invece, quelli che purtroppo vivono – come perlopiù accade in Italia- tempi molto diversi presso ciascuno dei genitori. Disturbi psicosomatici, livello di soddisfazione di vita, comunicazione e relazioni coi genitori, disturbi comportamentali sono gli elementi studiati in queste ricerche

(vedi articoli originali
https://jech.bmj.com/content/69/8/769
https://psycnet.apa.org/record/2012-29462-008
http://www.figlipersempre.ea23.com/res/site39917/res632662_Life-satisfaction-children.pdf
http://www.figlipersempre.com/res/site39917/res632676_Risk-behaviours.pdf)

È vero che oltre alle conseguenze sullo sviluppo psico-sociale sono anche stati dimostrati problemi di carattere fisico, predisposizione a malattie a volte anche gravi?

La scienza medica ha dimostrato gli effetti diretti sulla salute dei bambini e dei giovani adulti causati da eventi avversi dell’infanzia (childhood adversity). Questi danni possono essere suddivisi in due categorie: da un lato, gli effetti causati da fattori di stress cronici e, dall’altro, gli effetti causati da esperienze traumatiche. Molti sono correlati alla separazione e al divorzio dei genitori. La definizione di childhood adversity comprende:

Chronic stressors (Fattori di stress cronici) quali la perdita genitoriale (e carenza del contatto genitoriale), la separazione dei genitori con conflitto familiare a lungo termine, la trascuratezza, l’educazione genitoriale inadeguata, la debole salute mentale dei genitori, la povertà e l’uso di sostanze stupefacenti in famiglia.

Traumatic experiences (Esperienze traumatiche). Quali l’abuso fisico, l’abuso verbale, l’abuso mentale, la violenza assistita entro le mura domestiche e gravi malattie infantili.

E’ importante osservare che i danni psicobiologici correlati alla perdita genitoriale (parental loss) e ad altre childhood adversity riguardano aspetti fino ad oggi poco conosciuti e le cui conseguenze possono manifestarsi dopo 10, 20, o 30 anni. Tra questi ricordo importanti effetti sul sistema ormonale, su malattie psichiatriche e sui disturbi del comportamento alimentare, su mediatori dell’infiammazione, sui cromosomi, sullo sviluppo di strutture cerebrali quali l’amigdala etc. etc. (per approfondimenti tecnici v. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5193267/ )

L’importanza della figura paterna sullo sviluppo psicologico e sociale dei più piccoli viene spesso sottovalutata, o addirittura negata. Ci può aiutare a capire meglio che ruolo svolge la figura paterna nella fase dello sviluppo dei figli, e quali sono le conseguenze della mancanza o della non sufficiente presenza della figura paterna?

Purtroppo fattori culturali molto radicati nella nostra società tendono a svalutare la figura paterna ma esistono ormai tantissimi studi che dimostrano le difficoltà e i rischi di una società fatherless. I fatherless children hanno molti più rischi di essere dipendenti da alcool, tabacco e droghe, di iniziare molto precocemente una indiscriminata attività sessuale, di abbandono scolastico, di disturbi psichici tra cui il suicidio, di soffrire di problemi di identità, di avere una vita familiare e lavorativa instabile etc. etc. Recenti studi evidenziano invece che un coinvolgimento immediato dei padri è vantaggioso e che non vi sono motivi per ostacolare una pariteticità dei ruoli almeno a partire dai 2 anni di età e probabilmente anche meno.  (v. http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/000/689/COLIBRI_ITALIA_1.pdf )

Molto spesso nella coppie separate i padri si vedono negare il diritto-dovere di poter essere vicini ai propri figli, almeno non quanto dovrebbero esserlo. Dove risiedono le responsabilità per questa situazione, anche dal punto di vista legislativo? Cosa si sta facendo (se qualcosa si sta facendo) in questo senso, in Italia?

È ovvio che se si parte da una sentenza di separazione o divorzio che stabilisce, come in Italia, un numero di pernotti mensili medio di 6-8 presso un genitore (il più delle volte il padre) , un follow up a dieci anni dimostrerebbe un tasso di perdite genitoriale di almeno il 25% . Se si partisse da sentenze che stabiliscono in media un numero di pernotti mensili non inferiore  a 12-15, il follow up a distanza dimostrerebbe (come in Svezia e Danimarca) tassi di perdita genitoriale pari al 12-13%, cioè la metà. La responsabilità è in gran parte della magistratura che ha interpretato il rapporto “significativo e continuativo” richiesto dalla legge in modo restrittivo seguita da una coorte di periti e assistenti sociali che il più delle volte confermano questa tendenza, ma c’è ormai una responsabilità anche della politica che stenta a formulare quelle correzioni che rendano più stringente la normativa. Questo Governo sta affrontando il problema e mi auguro che riesca a risolverlo almeno nella sua parte più perniciosa.

Soprattutto in questi ultimi anni anche in Italia stanno nascendo nuclei familiari chiamiamoli non tradizionali, nei quali la figura paterna non è proprio presente, sin dall’inizio. Anche quella materna, in coppie di altro tipo. Esistono già degli studi sullo sviluppo psicologico e sociale dei figli nati o adottati da coppie non tradizionali?

La letteratura in questo settore non è vastissima e anche piuttosto recente, poichè recente è il costume dell’adozione da parte di coppie omosex e gli studi meta analitici sugli effetti a distanza possono richiedere decenni. La maggior parte di questa letteratura pare oggi evidenziare a distanza outcomes mediamente peggiori rispetto ai figli di coppie tradizionali. In ogni caso è presto per trarre delle conclusioni definitive anche perché molti studi hanno il vizio di essere stati finanziati da lobby dichiaratamente pro o contro l’adozione omosessuale e questo approccio ideologico sicuramente è in grado di orientare le conclusioni e influenzare il dato scientifico.

Premesso che la separazione è di per se un evento traumatico, non solo sui figli, e che spesso è il male minore rispetto ad una convivenza costellata di liti e problemi, è chiaro che questa andrebbe gestita in maniera adeguata soprattutto nell’interesse dei più piccoli. Quale sarebbe la soluzione ideale, se lei avesse la possibilità di intervenire a livello legislativo, quella che creerebbe per i figli di coppie separate l’ambiente più sano per il loro sviluppo?

La risposta è nella risoluzione del 2079/2015 del Consiglio d’Europa: favorire nei casi standard un affido non solo legalmente ma anche materialmente condiviso promuovendo contemporaneamente la mediazione extra giudiziale. Noi esperti internazionali ben sappiamo che questo approccio a doppio binario ha ridotto in breve tempo le cause giudiziali in Australia del 30% mentre la sola presunzione giurisprudenziale di affido materialmente condiviso ha letteralmente svuotato i Tribunali in Danimarca e Svezia ove solo il 2-5% delle coppie segue un percorso giudiziale di separazione. Inoltre nei Paesi bigenitoriali si è progressivamente assistito a una drastica riduzione del rischio di perdita di contatto con uno dei genitori (solitamente il padre) a distanza di pochi anni dalla separazione. Sto collaborando col testo di riforma della legge 54/06 e mi pare che fortunatamente il legislatore intenda andare in questa direzione che è poi quella che si sta progressivamente affermando in tutto il mondo.

[1] A livello internazionale si definisce  joint physical custody, o affido materialmente condiviso, quella condizione per cui i minori trascorrono, dopo la separazione dei genitori, tempi equivalenti o comunque non inferiori al 35% dei pernotti)

In collaborazione con ADVERSUS

Ringraziamo il Dott. Vittorio Vezzetti
Medico Pediatra (Fondatore dell’International Council on Shared Parenting e Presidente dell’European Platform for joint Custody COLIBRI)
http://www.figlipersempre.com

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