
Il 28 luglio 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari come un diritto umano a tutti gli effetti, indispensabile per una vita piena e dignitosa.
Sedici anni dopo, quel principio attende ancora di tradursi in realtà per oltre due miliardi di persone, che vivono senza un approvvigionamento idrico sicuro nonostante l’Agenda 2030 abbia fissato, con il suo sesto obiettivo, il traguardo dell’accesso universale all’acqua e a strutture igieniche adeguate. A quattro anni dalla scadenza, il ritardo accumulato racconta una promessa rimasta a metà. E racconta anche qualcosa di più sottile: la sete del pianeta ha una distribuzione diseguale, e dentro questa disuguaglianza ne vive un’altra, ancora meno visibile. Nei territori dove l’acqua manca, il conto più salato lo pagano donne e ragazze, per ragioni che riguardano i ruoli familiari, il corpo e una catena di rinunce che comincia dall’infanzia.
Quando procurarsi l’acqua diventa la prima forma di sfruttamento
In molti Paesi del Sud globale, la fonte d’acqua più vicina dista ore di cammino dall’abitazione. Il compito di raggiungerla, riempire taniche pesanti e trasportarle fino a casa ricade quasi sempre sulle componenti femminili della famiglia, spesso bambine che affrontano il tragitto prima dell’alba o sotto il sole più caldo.
Si tratta di un compito che può arrivare a richiedere quattro o cinque ore al giorno, con il tempo sottratto che diventa la prima vera privazione: una ragazza arriva tardi a scuola, o smette del tutto di frequentarla; una donna adulta non riesce a svolgere un’attività che generi reddito, né a partecipare alle decisioni che riguardano la sua comunità. Questa condizione porta un nome preciso, quello di povertà di tempo, perché l’acqua lontana erode le giornate e restringe ogni margine di autonomia: tutto il resto viene dopo la tanica da riempire.
Al costo delle ore perse si somma quello dei rischi lungo il percorso. I tragitti attraversano spesso zone isolate, lontane dai centri abitati, dove non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Ci sono attraversamenti di corsi d’acqua o di strade trafficate, terreni impervi da percorrere con carichi pesanti sulla testa o sulle spalle. E c’è soprattutto l’esposizione alla violenza: le ragazze e le donne che percorrono questi tragitti da sole sono spesso bersaglio di molestie e aggressioni sessuali, un pericolo che trasforma la ricerca dell’acqua in una delle attività quotidiane più insidiose.
Igiene, salute e dignità: cosa comporta vivere senza acqua pulita
Quando l’acqua disponibile è scarsa o contaminata, le conseguenze sulla salute femminile sono dirette, anche per il modo in cui sono distribuiti i compiti all’interno della famiglia. Nella maggior parte delle comunità sono le donne a cucinare, a occuparsi dei bambini più piccoli e ad assistere i familiari malati, attività che richiedono un uso costante di acqua pulita. Dove questa manca, le malattie legate a fonti non sicure e alla scarsa igiene trovano terreno facile, e a esserne esposte sono in primo luogo le persone che gestiscono la cura domestica.
Il rischio aumenta nei momenti in cui il corpo femminile è più vulnerabile. Durante la gravidanza e il parto, l’assenza di acqua pulita e di condizioni igieniche adeguate espone la madre e il neonato a infezioni che, dove l’approvvigionamento è sicuro, si prevengono con interventi elementari. È uno dei fattori che incidono sulla mortalità materna e infantile nei territori privi di accesso all’acqua.
A questa dimensione sanitaria si affianca quella della dignità della persona. La mancanza di servizi igienici riservati costringe molte donne a gestire i propri bisogni all’aperto o in spazi condivisi e privi di privacy, spesso aspettando il buio per sottrarsi agli sguardi, con un’ulteriore esposizione a rischi per la sicurezza. È una privazione che limita l’autonomia quotidiana e che collega la scarsità d’acqua a uno dei tabù più persistenti, quello che riguarda il corpo femminile e le sue funzioni.
Povertà mestruale: dove manca l’acqua, le ragazze restano fuori dalla scuola
La mancanza di un approvvigionamento idrico sicuro è anche tra i fattori che concorrono a determinare la povertà mestruale, l’impossibilità di vivere il ciclo in modo dignitoso.
Senza acqua viene meno la condizione di base per curare al meglio la propria igiene e su questa difficoltà se ne innestano altre: assorbenti e prodotti che molte famiglie non riescono a permettersi, servizi igienici inadeguati o del tutto assenti, informazioni sul corpo spesso distorte o taciute. In molte comunità dei Paesi del Sud globale, infatti, le mestruazioni sono ancora un argomento da nascondere.
Una delle conseguenze più impattanti della povertà mestruale si può rilevare nelle scuole. In Africa, per esempio, una ragazza su dieci si sente costretta a rimanere a casa durante i giorni del ciclo, perché gli istituti non sono in grado di mettere a disposizione acqua pulita né spazi in grado di garantire privacy e adeguati livelli d’igiene.
Giorni che si sommano, mese dopo mese, fino a compromettere il rendimento e, in molti casi, a provocare l’abbandono scolastico. Quando una ragazza interrompe gli studi, le sue prospettive si riducono in modo concreto: con un percorso scolastico incompleto è più difficile accedere a un lavoro qualificato e raggiungere l’indipendenza economica. In molti contesti, all’abbandono seguono matrimoni precoci e gravidanze, che riducono ulteriormente le loro possibilità di formazione e impiego. La mancata istruzione delle ragazze tende così a perpetuare la povertà familiare, che in questo modo passa di madre in figlia.
Spezzare il meccanismo: gli interventi che cambiano la quotidianità di ragazze e donne
Di fronte a una privazione così radicata, un contributo importante arriva da organizzazioni internazionali indipendenti che operano dove il diritto all’acqua resta sulla carta. La loro funzione è difficile da sostituire: mettono a disposizione competenze tecniche, risorse che non si esauriscono in un singolo intervento e una presenza costante sul territorio, condizioni che permettono di tenere insieme la costruzione di infrastrutture e il cambiamento delle abitudini di una comunità.
Una di queste realtà è per esempio ActionAid, organizzazione internazionale indipendente attiva da oltre 35 anni in 71 Paesi nel mondo, che sostiene bambine, donne e i territori in cui vivono attraverso una serie di iniziative e programmi, tra cui le adozioni a distanza, una forma di supporto continuativo che agisce sulle cause della privazione e non solo sui suoi effetti.
Il primo passo consiste in genere nel realizzare pozzi e sistemi idrici vicino alle abitazioni: una fonte sicura a breve distanza riduce le ore di cammino che oggi pesano su donne e ragazze e rende disponibile l’acqua per bere, per gli usi domestici e per le attività agricole che danno sostentamento alle famiglie. A questo si affianca un lavoro di informazione sui rischi legati all’acqua non potabile.
Nelle aree rurali ActionAid costruisce anche servizi igienici femminili dotati di acqua, illuminazione e sistemi per lo smaltimento dei prodotti igienici, perché nessuna studentessa debba restare a casa nei giorni delle mestruazioni. L’organizzazione distribuisce inoltre kit igienici alle ragazze e alle donne, sia negli istituti sia nei territori colpiti da emergenze, dove i prodotti spesso diventano introvabili.
Al tempo stesso, l’organizzazione si occupa della formazione di insegnanti, operatrici sanitarie e referenti delle comunità affinché sappiano parlare di salute mestruale senza imbarazzo, promuovendo anche percorsi rivolti a ragazze e ragazzi, famiglie e leader locali per abbattere lo stigma che circonda le mestruazioni.
Interventi di questo tipo contribuiscono a impattare sulle condizioni che tengono bambine e ragazze lontane dalla scuola e dalla salute, restituendo loro la possibilità di decidere del proprio futuro.














