Adolescenti e lockdown. Isolamento sociale, scuole chiuse, ansie e paure che stanno segnando una generazione

Per quanto riguarda le ricadute e come staranno gli adolescenti, molto spesso si tende a vedere che conseguenze avrà questo periodo. In effetti dovremmo vedere come reagiranno…

Adolescenti e lockdown. Isolamento sociale, scuole chiuse, ansie e paure che stanno segnando una generazione
Adolescenti e lockdown. Isolamento sociale, scuole chiuse, ansie e paure che stanno segnando una generazione

Siamo tutti stati travolti da questa ‘emergenza’, ma probabilmente chi ne sta risentendo di più – e a volte non ce ne rendiamo conto – sono i più giovani, gli adolescenti. Le scuole a singhiozzo, chiuse per la maggior parte del tempo, l’insegnamento a distanza che non funziona davvero, i lockdown, l’isolamento forzato, la convivenza forzata, i problemi economici e familiari che inevitabilmente si riversano sui più giovani. Spesso con conseguenze molto serie.

Ne abbiamo parlato con il Prof. Matteo Lancini Psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, e gli abbiamo chiesto di aiutarci ad inquadrare il problema, e capire cosa sta succedendo e come si dovrà cercare di riavviare la vita sociale, personale, scolastica dei più giovani, una volta che questo  periodo nero sarà – lo speriamo ardentemente – solo uno sgradevole ricordo.

 I media riportano sempre più frequentemente notizie di atti di autolesionismo, suicidi, violenza, risse tra adolescenti, a volte riguardanti gruppi molto numerosi e di cui in precedenza non si parlava, (non così spesso almeno). Queste vengono anche attribuite all’emergenza che ha così profondamente stravolto le nostre vite, comprese quelle dei più giovani. Può la situazione che stiamo vivendo – emergenza sanitaria e lockdown – avere effettivamente delle conseguenze per quanto riguarda l’equilibrio piscologico e il comportamento nei ragazzi?

Difficile avere dati certi in una vicenda che è in piena evoluzione. È indubbio che una situazione con una emergenza sanitaria comporta diversi disagi e anche sofferenze in tutte le fasce della popolazione quindi sicuramente soprattutto con il prolungarsi di questa vicenda, la chiusura delle scuole, delle attività sportive, di qualsiasi attività di socializzazione ha delle influenze sui giovani. Detto questo bisogna avere in mente che i segnali di disagio dei ragazzi, la tendenza a sovresporsi attraverso imprese straordinarie in internet, sono molto più spesso a favore di telecamera, le mani sono più spesso impegnate a brandire telefonini che a tirare pugni o impugnare mazze. I gesti autolesivi, i tentativi di suicidio, i tagli erano dei fenomeni già presenti nella popolazione adolescenziale. Certamente non si può escludere che il livello di sofferenza che riguarda tutta la popolazione coinvolga anche gli adolescenti, e quindi in effetti alcuni dati soprattutto di pronto soccorsi, neuropsichiatrie pubbliche, luoghi dove non lavoro io ma leggo, segnalano che c’è un aumento di questo disagio. Ora, il tema dell’aumento dei disagi va sempre commisurato anche alle richieste. Ci sono anche dei fenomeni che rimangono sommersi e poi emergono. Questo non significa che è un amento dei numeri ma un aumento delle richieste. Quindi su questo, dati certi, bisognerà vedere. Penso che comunque è possibile, anzi è altamente probabile che qualche conseguenza sulla mente, sugli affetti, sul modo di stare nelle nuove generazioni, questa pandemia l’abbia portata e la porterà anche in futuro. Questo sicuramente.

Quanto è importante la scuola dal punto di vista dell’interazione con i compagni e le compagne di scuola? E soprattutto quali sono i problemi che una prolungata assenza fisica dalla scuola e dall’ambiente scolastico possono causare negli adolescenti?

La scuola è il luogo delle relazioni, un ambiente unico. Un conto è una lezione fatta a casa al computer con i genitori che si aggirano, con i compagni che ‘entrano in casa tua’, dove devi mettere la faccia nella telecamera (che non è detto che sia facile), e un conto è a scuola. La scuola è oggi il luogo delle relazioni e certamente degli apprendimenti. Ma soprattutto delle relazioni, ed è il luogo dove bisogna costruire un sistema di relazioni ma anche di apprendimenti che contrasti le disuguaglianze sociali. Quindi la scuola è centrale. Detto questo io mi sottolineo che bisognerebbe lavorare non soltanto sulla riapertura della scuola, ma su come la riapriremo alla luce di quanto è accaduto. Questo è l’aspetto centrale, questo sì avrà delle ricadute sul benessere e sul futuro di questi ragazzi. Già la chiusura delle scuole ha contribuito ad una dispersione scolastica, se adesso quando le riapriremo mentre tutto il mondo dice che è una situazione di emergenza, la scuola tornerà a funzionare come la scuola di prima, quindi non collegata in internet, oppure che pensi a bocciare, avremo un grave danno. Oltre ad avere avuto i dispersi scolasticamente, dovuti al fatto che la scuola non è stata aperta, c’è il rischio di aumentare la dispersione con bocciature che vadano a valutare gli apprendimenti come se nel frattempo avessimo offerto la scuola dell’altro tipo. È un paradosso. In questo momento anche a noi chiedono di giustificare assenze di ragazzi che sono stati troppo assenti da scuola. “A giustificare l’assenza da cosa, che la scuola era chiusa?” – dico io. “Dovevano essere presenti online” – è la risposta. Non è un cambiamento da poco. Dobbiamo tenere in mente che quello che conta di sicuro è riaprire le scuole, ma come le riapriremo. Se riapriremo certe scuole che funzionavano prima non capendo che abbiamo bisogno di scuole connesse a internet, che internet è oggi una risorsa, non è qualcosa da spegnere a scuola, se li interrogheremo come se il vero problema è il recupero degli apprendimenti nei prossimi quindici giorni, rischieremo di far finta di riaccogliere i ragazzi ma invece di contribuire ulteriormente alla dispersione scolastica, cosa che non ci possiamo permettere visto che i disagi, lo abbiamo detto, hanno riguardato tutta la fascia della popolazione e quindi anche gli adolescenti.

E fuori dalla scuola? Distanziamento sociale, obbligo di indossare la maschera protettiva, coprifuoco, impossibilità di frequentare bar, ristoranti, pub, discoteche… cosa viene a mancare dalla vita e dalle opportunità di crescita e sviluppo dei più giovani?

Certamente qualche ricaduta la avremo a lungo termine anche se è difficile capire quale, quanta, con che incidenza, e poi dipenderà anche dalle risorse che gli adulti sapranno mettere a disposizione nella ripresa. Per quanto riguarda le ricadute e come staranno gli adolescenti, molto spesso si tende a vedere che conseguenze avrà questo periodo. In effetti dovremmo vedere come reagiranno gli adulti a seguito di questo periodo, è molto più importante quello che faremo dalla riapertura delle scuole in poi rispetto a quanto è accaduto qua. E questo gli adulti a volte non vogliono sentirselo dire perché è meglio pensare come al solito che è colpa di altri, del virus, e pensano a come stanno i poveri ragazzi, a cosa gli è capitato, ma non a cosa devono fare loro. E questo è fondamentale.

Detto questo, durante il lockdown io ho suggerito e alcuni ragazzi lo hanno fatto anche senza il mio suggerimento. Alcune famiglie hanno provato a costruire delle microcomunità di adolescenti, a casa di qualcuno ovviamente con i genitori, o se erano più grandi anche in posti lontano dalla città, in campagna o al lago. Perché l’unico modo che abbiamo per contrastare questa situazione è promuovere l’incontro di ragazzi. E così si sono ritrovati a studiare insieme, seguire le lezioni a distanza, e ovviamente questo consentiva loro sia di mantenere la vita scolastica ma anche un minimo di socializzazione. Già prima della pandemia i ragazzi crescevano in casa chiusi in internet perché gli adulti avevano chiuso tutti gli spazi di gioco e di socializzazione. Se poi chiuderemo anche la scuola e altri spazi, addirittura quelli organizzati dagli adulti, non stupiamoci di avere delle generazioni che poi vivranno sempre in internet. A patto che dopo non si dica che sono dipendenti da internet. Se non possono uscire, dove devono trovare lo spazio di vita, socializzazione e gioco?

Quando lei parla di adulti a chi si riferisce? Ai genitori, o a chi fa parte del sistema che organizza e gestisce la vita scolastica, sociale dei più giovani?

Mi riferisco in primis a papà, mamme, insegnanti, e anche alla politica e alle politiche che muovono il mondo giovanile. I giovani si sono comportati secondo tutte le ricerche molto bene durante il lockdown, soprattutto gli adolescenti. Questo lo dicono tutti. Hanno accettato di avere tantissimi limiti. Non ci si è interessati a loro, perché le scuole hanno aperto perché i genitori dovevano lavorare e non certo per i bambini e gli adolescenti. Non è un popolo che vota e quindi è un popolo a cui in qualche modo abbiamo abbastanza ridotto le prospettive future. La plastificazione del pianeta, del mare, il disboscamento del pianeta non lo hanno inventato i videogiochi, non è colpa dei social. È colpa delle politiche adulte, eppure i ragazzi non contestano. Sarebbe ora che gli adulti si prendessero carico di qualcosa che li aiuti verso il loro futuro. Quindi mi rivolgo ad esempio al ruolo che ha internet, che abbiamo scoperto che è fondamentale. Tenga conto che prima del lockdown in Italia ma non solo sembrava che l’intervento educativo consistesse nel limitare l’uso dello smartphone e dei videogiochi. Dal giorno dopo senza nessuna vergogna gli abbiamo detto che senza internet sarebbero impazziti e anzi si dovevano collegare cinque ore al giorno con la videocamera. È un tema di identificazione con il futuro. A me personalmente di internet non interessa niente, ma che la scuola italiana pensi ancora – invece di essere collegata 24 ore al giorno – a chiudere i collegamenti e non capire che le prove che dobbiamo fare, le verifiche, i test, vanno valutati usando internet, non impedendo che copino su internet. Quando lo capiremo sarà troppo tardi per il futuro dei nostri figli e studenti.

Lei ha detto prima che gli adolescenti si sono comportati benissimo, e concordo con lei. Ma non è che forse si sono comportati un po’ troppo bene? Un po’ di insofferenza e di ribellione non possono essere utili? Troppa passività non può denotare un individuo che in futuro, da adulto, sarà troppo passivo nei confronti della società?

Il problema è proprio questo. È inutile continuare a trattarli come trasgressivi e qualcuno da limitare. Abbiamo ragazzi che si limitano a sufficienza. Purtroppo il disagio adolescenziale odierno non si esprime mai attraverso un attacco all’altro prevalentemente, davvero trasgressivo oppositivo. I giovani vengono a parlare del loro disagio, del disagio dei loro genitori, cercano addirittura di comprendere la scuola. Tant’è che nel primo lockdown sono stati i ragazzi a mettere le chat dei videogiochi a disposizioni degli insegnati pur di rimanere in contatto mentre le scuole si attrezzavano. E purtroppo come ha detto lei, attaccano più il se. Dati delle ricerche in Italia dicono che già da diversi anni il consumo di sostanze, qualsiasi comportamento adolescenziale non ha più valenza trasgressiva e oppositiva, non c’è più nessuno da attaccare. Sono sempre loro che non si sentono adeguati, sono più disposti a comprendere i genitori e le loro sofferenze che le proprie, e invece certi modelli li trattano come ancora fossero dei soggetti da civilizzare, trasgressivi. E purtroppo infatti già prima di questo lockdown, e aumenterà, la modalità espressiva prevalente del disagio adolescenziale riguarda sempre l’attacco al sé, al corpo, non all’altro. Il disturbo della condotta alimentare femminile che da tanti anni coinvolge la società occidentale. Il ritiro sociale maschile, meglio detto ‘hikikomori’ a cui ho dedicato un intero libro. Ragazzi che si suicidano socialmente mentre dovrebbero nascere socialmente. Poi è arrivato il lockdown, ma era un fenomeno che dal Giappone era arrivato nelle nostre realtà, i gesti autolesivi, i tagli, gli attacchi d’ansia. Abbiamo il problema dei ragazzi che se non riescono ad andare avanti attaccano il sé, si sentono loro incapaci, inadeguati, e si vergognano. Dobbiamo tenerne conto nelle politiche preventive, scolastiche, formative, e di affiancamento alla loro crescita.

Ringraziamo il Prof. Matteo Lancini
Psicologo e psicoterapeuta. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano
https://matteolancini.it

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