La dieta e il colon irritabile. Come trattare la sindrome del colon irritabile

La ‘sindrome del colon irritabile’. Il sintomo principale che deve far scattare il campanello d’allarme, è la presenza ricorrente di dolore/fastidio addominale che di solito migliora in seguito a…

La dieta e il colon irritabile. Come trattare la sindrome del colon irritabile
La dieta e il colon irritabile. Come trattare la sindrome del colon irritabile

Quella che viene definita la ‘sindrome del colon irritabile’ è un disturbo molto comune, che a volte si manifesta con sintomi piuttosto importanti che arrivano ad influenzare negativamente la qualità della vita di chi ne soffre. Avere saltuariamente qualche disturbo a livello intestinale non significa necessariamente soffrire della sindrome del colon irritabile.

Come si diagnostica la sindrome del colon irritabile, e come viene trattata e curata? Ne parliamo con la Dott.sa Paola Manzoni, Dietista a Milano, che in questa intervista ci spiega anche come curare l’alimentazione e quale è la relazione corpo-mente che rende la sindrome del colon irritabile una malattia (anche) psicosomatica.

Quali sono i sintomi più caratteristici, quelli che fanno pensare seriamente che una persona possa soffrire della cosiddetta sindrome del colon irritabile?

La corretta funzionalità del nostro intestino è direttamente correlata allo stato di salute della flora batterica intestinale, il famoso microbiota, il quale a sua volta può essere influenzato da diversi fattori: alimentazione, stress, livello di attività fisica, uso di farmaci…

Un micorbiota alterato può portare a una situazione generalmente definita disbiosi, con conseguente comparsa di sintomi generici come gonfiore, meteorismo, flatulenza, disturbi dell’alvo (stitichezza e diarrea alternati), problemi digestivi.

Tipicamente questo tipo di situazioni è passeggero e si può risolvere con qualche accorgimento dietetico e comportamentale.

La sindrome del colon irritabile è invece una condizione cronica, seppur con andamento ciclico di fasi di miglioramento e riacutizzazioni.

Il sintomo principale che deve far scattare il campanello d’allarme, è la presenza ricorrente di dolore/fastidio addominale che di solito migliora in seguito ad evacuazione. Questa può risultare difficoltosa e/o incompleta e con frequenza alterata (più di 3 volte al giorno o meno di 3 alla settimana).

Si può notare anche una modifica di aspetto e consistenza delle feci e un’eventuale presenza di muco, oltre al classico gonfiore che provoca distensione addominale, di solito accentuato dopo i pasti.

Si legge sempre più spesso della sindrome del colon irritabile come di una malattia psicosomatica. Cosa c’è di vero in questa relazione tra corpo e mente?

C’è molto di vero. Le cause della SCI possono essere molteplici e, ad oggi, non sono ancora del tutto chiare. Entrano in gioco alcuni fattori biologici e altri di tipo, appunto, psicosomatico.

Una delle linee di pensiero più accreditate identifica la SCI come un disturbo dell’interazione tra intestino e cervello. La funzionalità intestinale è regolata dal sistema nervoso enterico, che innerva tutto l’apparato gastrointestinale, mantenendolo in collegamento diretto col cervello. Disturbi che interessano questo asse cervello-intestino, possono portare ad un’alterazione della motilità intestinale e dei movimenti di peristalsi, con conseguenti contrazioni troppo forti o troppo deboli, che causerebbero la comparsa dei diversi sintomi prima elencati.

Spesso si sente definire l’intestino come un “secondo cervello”, proprio a causa di questo collegamento diretto tra i due organi. Situazioni di stress, eventi psicologicamente o emotivamente rilevanti, possono contribuire alla comparsa delle interazioni di cui abbiamo parlato, riflettendosi quindi negativamente sulla salute dell’intestino.

Alimentazione. Quali sono gli alimenti, o le categorie di alimenti, che irritano maggiormente l’intestino?

In relazione alla SCI è ormai appurato che ci siano alcune categorie di alimenti associati ad un peggioramento dei sintomi. Questo è dovuto alla presenza di alcuni particolari nutrienti, cosidetti FODMAP (acronimo che sta per oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili) ovvero dei carboidrati a catena corta scarsamente assorbibili a livello intestinale che quindi portano a fermentazione con conseguente produzione di gas e comparsa di gonfiore/dolore addominale.

I FODMAP sono contenuti in una vasta gamma di alimenti compresi tra verdura, frutta, legumi, cereali, latticini, frutta secca, dolcificanti…

Per questo sono state stilate delle specifiche liste di alimenti da limitare per evitare di andare in accumulo e peggiorare la sintomatologia.

Tra gli “incriminati” possiamo citare legumi, verdure a foglia verde o della famiglia dei cavoli, derivati del grano, latticini.

Le fibre vanno evitate, o invece consigliate? Le fibre alimentari sono tutte uguali, in questo caso?

Occorre valutare la tipologia di sintomi riscontrati, se tende a prevalere stitichezza o diarrea e se ci si trova in una fase di sintomatologia particolarmente acuta. Un corretto apporto di fibra alimentare va comunque consigliato, perché aiuta a “nutrire” la flora batterica intestinale, in quantità di circa 25-30g giornalieri, da ottenere con regolare consumo di frutta, verdura e alimenti integrali.

E’ bene prediligere le cosiddette fibre solubili, maggiormente contenute nella frutta e nei legumi, ma occorre fare attenzione alla scelta dei singoli alimenti, i quali potrebbero apportare altri nutrienti che possono causare un peggioramento dei sintomi.

Per questo motivo è sempre consigliabile fare riferimento a un professionista del settore, che possa valutare nello specifico la situazione e calibrare gli interventi nutrizionali adeguati alla persona.

Importante ricordare che, di pari passo all’aumento del consumo di fibra, occorre mantenere una buona idratazione, ovvero non meno di 1,5-2 litri di acqua al giorno.

Donne uomini soffrono in maniera uguale di questo disturbo, oppure – come pare – le donne sono più colpite dalla sindrome del colon irritabile? E se sì, perché?

I dati epidemiologici confermano che le donne sono colpite con un’incidenza doppia rispetto agli uomini. La causa non è chiaramente accertata ma sembrerebbe essere dovuta all’influenza degli ormoni sessuali sul tratto gastrointestinale. Alcuni recenti studi sembrano aver evidenziato anche una predisposizione genetica nei confronti della SCI. Sono state individuate, infatti, alcune varianti associate alla diagnosi di questa condizione patologica riscontrate prevalentemente nelle donne.

Una volta diagnosticata, da uno specialista, la sindrome del colon irritabile, bisogna iniziare a seguire una dieta adeguata rivolta ad attenuare se non ad eliminare, i sintomi. E qui entra in gioco la figura del dietista. Cosa succede da questo momento in poi? A chi rivolgersi, come scegliere un professionista qualificato?

Per migliorare la sintomatologia è necessario attuare una dieta ad esclusione, che permetta di limitare l’assunzione di quegli alimenti che possono dare irritazione o portare a formazione di gas.

Occorre elaborare una dieta a basso contenuto di FODMAP, in modo da non andare in accumulo di queste sostanze e dare un po’ di tregua all’intestino.

Attenzione però!

Come sempre è bene evitare il “fai da te” perché le diete ad esclusione, se non impostate correttamente, comportano il rischio di andare incontro a squilibri e carenze nutrizionali, dovuti ad eccessive e poco equilibrate restrizioni.

E’ raccomandabile rivolgersi a professionisti del settore, quali dietisti o dietologi, che saranno in grado di valutare il singolo caso ed impostare un piano dietetico personalizzato che permetta di mantenere un’alimentazione nutrizionalmente adeguata e favorire al contempo un miglioramento dei sintomi.

Ringraziamo la Dott.sa Paola Manzoni
Dietista a Milano
http://www.dietistamilano.it/

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