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Zanzibar
Foto & testo di Mauro Pilotto

Difficile raccontare qualcosa dell'Africa, senza scadere nel già detto, già sentito… quindi noioso e ripetitivo. Ma forse di Zanzibar, gioiello incastonato nell' Oceano Indiano, si conosce ancora poco, rispetto alle più note e turistiche Tanzania, Kenya, a cui spesso l'isola viene associata, facendo parte dello stesso territorio. Questa è una scoperta più recente, e conserva un carattere a sé stante, più riservato… gli isolani sono meno aperti al turista e soprattutto meno insistenti nell' approccio personale, anche se forse sarà solo una questione di tempo, datochè ogni tour operator internazionale ha aperto resorts e strutture per ogni tipo di clientela.

Si risente fortemente l'influenza keniota,proprio nel folklore, addirittura nella contrattazione di ogni merce d'acquisto, e tutto riporta al gusto masai: monili fatti di micro-perline coloratissime, pannelli e quadri con immagini di danze locali, nei parei multicolor esposti come bandiere al vento, e poi le statue lavorate in legno,le sculture artistiche…Africa pura!

Zanzibar è da sempre conosciuta come l'isola delle spezie, in particolare del chiodo di garofano, reperibile nei tanti mercatini, e in particolare in quelli della capitale, Stonetown, che come ogni città africana, mescola un crogiuolo di religioni, di visi incredibili dove il tempo ha scavato solchi, di abbigliamento tipico locale, che diventa folklore, e per noi una festa per gli occhi, abbinamenti cromatici come opere d'artisti inconsapevoli…

Questo ti si imprime nella memoria con una forza indelebile. Questo diventa parte integrante dell'ambiente, e ad un certo punto smette di stupirti e quasi ne diventi parte, finché ti trovi immerso in quell'atmosfera, che quasi pare appartenerti. Scene di ordinaria consuetudine, paiono straordinarie solo attraverso il nostro filtro, abituati a decodificare e ad incasellare ogni situazione, a tutto dobbiamo dare un senso preciso e compiuto, ma l'Africa è davvero un mondo a parte.

Ma come dimenticare, al porto di Stonetown, la vista di alcuni ragazzi che macerati dal sudore, portavano sulla schiena dei massi pesantissimi, e li caricavano su un'imbarcazione, un rituale che pareva appartenere alla schiavitù di secoli fa…ma in essa vi era tutta la forza e la contraddizione dell'ancora attuale condizione umana di certe società, per noi inconcepibili e fuori-tempo, ma anche questa è l'Africa, quella al di fuori delle rotte turistiche e dei viaggi-all inclusive!

L'isola è caratterizzata dalla forte influenza delle maree, che a seconda della luna, e soprattutto nella parte centro-est, riduce il mare, per molte ore del giorno, conferendo alla bianca, lunghissima spiaggia, un paesaggio immenso, lunare, con larghe pozze d'acqua, simili a crateri, e suggestive lingue di sabbia sparse nel paesaggio a perdita d'occhio, e poi fondi rocciosi…inaspettati, ricoperti di alghe scivolosissime!

In quelle ore, il luogo si popola di tanti pescatori, curvi a raccogliere chissà quale tipo di pesciolini, elementi dal fondo marino, alghe che serviranno ad essere trattate per qualche uso a noi misterioso; donne sempre copertissime dagli splendidi parei che portano cesti e gerle sul capo, oppure fasci di fogliame raccolto nelle foreste circostanti, ampolle contenenti l'acqua che prelevano dalle pozze del mare…è un rituale antico forse di millenni, che qui pare perpetuarsi all'infinito, ogni giorno, quando si alza il sole.

Il giorno qui inizia prestissimo, verso le ore 6, e le giornate sono scandite da ritmi e rituali lenti e ripetitivi, come l'ossessivo gracchiare dei corvi, nell'aria si spandono odori densi e un po' nauseabondi. Pesci martoriati sulla battigia, oppure materiale arso sotto lo scafo delle barche di legno arenate sulla spiaggia, è la pece che farà da isolante al fondo delle imbarcazioni. Ossessivo e cadenzato è il battito dei martelli degli operai-pescatori, sempre intenti ad aggiustare le loro preziose carrette del mare, che vengono continuamente ridipinte e riarrangiate per affrontare la forza del mare aperto.

Miriadi di bimbetti seduti sulla sabbia, che si inventano nuovi passatempi, nuovi giochi, magari in attesa delle madri che approfittando della bassa marea, pescano cibo da cucinare, enormi polipi che raccolgono dentro i loro secchi colorati, e che poi sfiniranno a colpi forsennati , sbattendoli sulle roccette emerse sul bagnasciuga.

Gli uomini sono spessissimo riuniti in gruppo, sotto ripari fatti di fronde, sotto capanne adiacenti alla spiaggia, l'unica attività a cui paiono votati è la pesca, di giorno e di notte, qui il mare è incredibilmente pescoso, e tornano con le reti gonfie , per cui la sopravvivenza è garantita; tutti paiono vivere tra la spiaggia e l'esterno del villaggio, ogni attività viene svolta fuori dalle capanne, fatte di fango, misto a mattoni, sempre con il tetti in makuti, la tipica foglia essiccata delle palme.
I bambini sono ovunque, corrono, saltano, giocano con le ruote delle biciclette (gioco comune a tutta l'Africa) sono lerci, con gli abiti sbrindellati, pieni di sabbia…ti scrutano con occhini vispi carichi di curiosità mista ad un timore quasi reverenziale, i più impavidi ti si avvicinano, cercano un minimo di contatto, alcuni si lanciano in smorfie e ripetono "jambo" per cento volte, come un disco interrotto!

 
 

Nella zona centrale dell'isola, verso Uroa, le maree hanno involontariamente creato una curiosa ed
insolita opera d'arte, schiaffando sulle rocce frastagliatissime miriadi di lembi di tessuti coloratissimi, stracci artistici di chissà quale provenienza, paiono tele di un'artista ispirato esposte en plein air!

E' diversa l'atmosfera che si respira a Nungwi, nella parte nord dell'isola; il trasferimento fin qui, per evitare la caotica capitale, è stato decisamente pittoresco…una sorta di inatteso safari, a bordo di un furgoncino, lungo una scorciatoia stretta ed accidentata, conosciuta solo dagli autisti locali, comunque abilissimi, anche dove c'era il rischio di capottamento; questa stradina in mezzo alla foresta consente di raggiunger la cima dell'isola, famosa per il mare d'incanto che la circonda e che permette una buona balneabilità rispetto al resto di Zanzibar.

Nungwi è una località piuttosto nota, vi si respira un'aria di libertà, pare una sorta di buon ritiro per persone anticonformiste, i locali aperti fino a tarda notte diffondono suoni di tamburi e di musica lo cale, percussionisti dall'aspetto rasta che diventano folklore e parte integrante dei live-show che improvvisano! Attraversare il villaggio di Nungwi, nella parte interna, è un 'esperienza forte, e come in ogni altro agglomerato africano, la vita pare essersi fermata…solo la plastica sparsa dappertutto ti ricorda l'era moderna; fango dopo una breve pioggia, polvere di stradine tra le abitazioni, il sudore di uomini, che con gli abiti a brandelli posano mattoni su mattoni, intenti a costruire una nuova abitazione, con una lentezza impressa nel loro DNA…

Donne vestite come un quadro astratto che si prodigano nei lavori domestici, lavano all'aperto, stendono i panni, allattano i loro piccoli, spazzano davanti la loro capanna; ragazzetti spavaldi pronti al sorriso, che con energia si lavano i denti su qualche pozza d'acqua, spesso seminudi fieri dei loro corpi, esibiti senza complessi. Bimbette con la testa velata, che con loro divisa bianca e blu, vanno a scuola, con espressione seria e compita, con già negli occhi un'espressione troppo adulta, forse già consapevoli che il loro futuro non sarà molto diverso da quello delle loro madri…

Camminare lungo la spiaggia lunga e bianca, la notte…è spettacolare, arrivano rumori, echi, suoni dal villaggio circostante, nascosto nel denso della foresta intricata di mangrovie e palme altissime, colpi di tamburi con un ritmo cadenzato, forse significare chissà quale codice tribale; qualche imbarcazione si muove nel buio, verso la pesca notturna, i pescatori si muovono nel silenzio senza diffondere rumore, se ne intravedono solo le sagome, esili… smilze e scure, simili a quelle statue di legno che si possono comprare nei loro mercatini…

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