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Nosy Be - Madagascar

Testo & foto: Mauro Pilotto

Che cosa si può raccontare di un pezzetto d'Africa, di una minuscola verdissima isola incastonata nell'oceano indiano? Cosa descrivere di questa misteriosa parte, senza lasciar trasparire il disagio che si prova di fronte alla miseria e al sistema di vita, inconcepibile per le nostre 'civilizzate' menti occidentali?

Eppure l'Africa, in generale, ha quel qualcosa che la rende maledettamente unica, insondabile e affascinante. Non puoi non invaghirtene, non te la scrolli… ti si insinuano gli odori, quei colori indimenticabili della natura così possente. Persino i sapori diventano familiari.

Già, la natura forte e incontrastata, robusta come le migliaia di palme che costeggia Nosy Be. Come certi tramonti dove cielo e mare si tingono di porpora e d'argento, che sembrano cartoline ritoccate da spedire ai parenti invidiosi sparsi in zone fredde del mondo!

Il mare è protagonista con le sue maree che rivelano lingue di sabbia dove poter camminare per chilometri. Tratti di spiaggia bianca si alternano a scogliere di massi neri levigati dalla furia del vento e del mare. Inaspettatamente si scorgono piccole baie bianche nate dalla frantumazione di coralli bianchi, rotti in un'infinità di schegge dalle forme più impensabili, mischiati a conchiglie enormi e fossili millenari.

La mano pesante della cosiddetta civilizzazione, qui, è stata ancora clemente. I rari villaggi o resort sorti per accogliere la clientela internazionale, sono costruiti con un senso civile del rispetto ambientale, inseriti nel contesto senza snaturarlo.

Ma per riuscire a cogliere qualcosa di più dell'essenza del luogo è necessario uscire dalle mura di cinta che proteggono le strutture alberghiere che rendono piacevolmente oziosa la vacanza, e tentare di capire lo stile di vita di chi in quel momento sta a pochi metri da te, e pare scandita da un altro orologio… con dei ritmi e dei rituali a noi sconosciuti. Eppure, vissuta sotto lo stesso cielo!

Come dimenticare, nel minuscolo aeroporto di Nosy Be, un giovane addetto che cambia gli orari dei voli con dei numerini scritti a mano a mo' di tabellina? Noi che siamo abituati a video e a display automatici, che quando vanno in tilt… ci sentiamo persi e fuori dal mondo?

Ho cercato una bicicletta, impresa quasi impossibile, alla fine prestatami da un'anima gentile, ed è stata l'esperienza più viva, più reale di questo scorcio di vacanza. Vedere gli indigeni ai lati di un'unica strada (perfettamente asfaltata) che si facevano largo al mio passaggio (paura di essere investiti, forse!). Mi lasciava dedurre di essere parso un alieno piombato tra loro… esterrefatti mi salutavano con mani incerte, mi sorridevano e di certo si saranno domandati da dove proveniva questo bianco, sudato… che pedalava incurante dei moscerini che gli grandinavano la faccia! Con un tal fiatone, perché certi sali-scendi avrebbero fiaccato pure il mitico Coppi… Ad un certo punto, un ragazzino anche lui su due ruote mi proponeva una sfida ciclistica, che ho cortesemente rifiutato per evitare una sicura figuraccia, per giunta in terra straniera!

Certe scene di ordinaria normalità diventano straordinarie solo ai nostri occhi. Donne sul patio delle loro capanne intente a farsi belle, si aiutano a farsi le treccine l'una con l'altra. Bambini nudi chinati a fare i loro bisogni, ragazzini intenti a lavare l'auto di famiglia, ragazzine bellissime radunate in circolo intente a scambiarsi chissà quali confidenze, che al mio passaggio ridacchiano complici tra loro. Galli e galline che attraversano la strada costringendomi a certe sterzate!

Qui, come in altre parti dell'Africa, in cui mi sono trovato in viaggio, la vita si spende all'esterno delle dignitose baracche di legno e lamiera. Si vive nella piccola aia circostante, nel giardino, tra le piante di banano, tra i campi di un verde spettacolare dove si improvvisano giochi. I bambini… ovunque, bianchi o neri, poveri o ricchi, sono uguali in tutto il mondo. Si esaltano per una palla, si entusiasmano per un goal segnato, si azzuffano per un fallo…

Scene di tuffi nel mare, gare con volè e capriola finale, piccoli e già atletici, si sfidano in competizioni che già li fa sentire piccoli campioni, eppure tutto ciò rientra nella loro logica di vita. È già impresso nel loro DNA… come per i coetanei occidentali nutrirsi con merendine e instupidirsi di Play Station! I bambini malgasci sono come nerissimi scarafaggi. Ti fissano interrogativi con occhini grandi, profondi e bui come pozzi, agili e velocissimi si arrampicano sopra altissime palme di cocco, si abbeverano dell'acqua di quel frutto vitale, facendolo cadere con un tonfo sordo sul terreno. Giocano tra loro con qualsiasi cosa capiti a tiro. Magari con un pezzo di legno, ignari che altrove… i loro simili staranno incollati ad un computer o ad ascoltare cd con le cuffie in testa.

Nel punto più turistico dell'isola, la baia di Andilana, è puntellata di donne intente a ricamare e a proporre le loro tovaglie stese su corde in riva al mare. Sabato è giornata di gran festa, in disparte, ho assistito ad una festa locale, fortuna rara per un turista. I preparativi per il loro rituale di grandi mangiate e balli è iniziato già di buon mattino. Le donne bellissime, nascondevano le loro prosperità in parei pieni di folklore. Alcune avevano disegni ricamati sui volti e voluminosi turbanti custodivano cespi di treccine. Radunate con pochi uomini, per la verità, attorno al fuoco, mentre uno stereo rudimentale diffondeva la loro musica tribale. Scene di una naturalezza ed una forza straordinaria… mentre con un po' di invidia osservavo questa fiera di corpi inconsapevolmente sensuali che dondolavano al ritmo di una musica che li estraniava da tutto, rendendoli animaleschi e gioiosi come solo loro sanno essere.


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