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Home | Viaggi e vacanze | Kenia: mal d'Africa Kenia
Dieci anni fa avevo visitato il Kenya per la prima volta. L'impatto con l'Africa non può lasciare indifferenti. L'odore è la prima cosa che avverti. Il caldo un po' umido che ti fa odiare gli indumenti che indossi. Ti verrebbe voglia di lavarti, da subito e il contatto con la razza nera talvolta è causa di attimi di imbarazzo. Si avverte da subito una diversità, o anche una sorta di diffidenza dovuta a secoli di scontri, di pregiudizi, e di ingiustizie da parte dell'uomo bianco colonizzatore.
Oggi, come dieci anni fa, ho riscontrato nei Keniani che ho potuto conoscere una consapevolezza forte della loro condizione di sottosviluppo, la cruda consapevolezza di essere considerati 'terzo mondo'. La mancanza di prospettive di lavoro serie. Ragazzi che abbandonano la scuola perché non riescono a mantenersi agli studi. Ragazze belle e flessuose che mettono a frutto l'unico dono spontaneo della natura, rendendosi disponibili a maturi signori europei che le esibiscono come trofei. È una realtà di cui siamo tutti al corrente, ma omertosi e vigliacchi la accettiamo come realtà del luogo in cui ci troviamo ospiti di passaggio. In ogni parte del mondo, da Cuba a Bangkok, il turismo sessuale è diventato attrazione principale, nota non sottolineata nei cataloghi dei tour operator, ma fatto reale di cui ognuno di noi conosce l'esistenza.
Camminare per chilometri lungo la spiaggia che è diventata enorme dato il ritirarsi della marea. allontanarsi dalla sicurezza del proprio tratto di spiaggia controllata dagli ascari (le locali guardie di sicurezza) e trovarsi soli, assolutamente isolati dal mondo, mentre il punto da cui sei partito si è fatto sempre più piccolo e la meta che ti sei prefissato sempre più vicina. Camminare tanto finché i muscoli fanno male. Incrociare di rado qualche solenne piccola donna africana con bambini piccolissimi portati sulla schiena, che reggono sulla testa taniche gonfie d'acqua raccolta dal mare. Donne con elaborate acconciature di treccine, donne giovani che sono già madri più volte, che sono regine nelle loro baracche, appena dentro la folta vegetazione dopo le dune sulla spiaggia.
E lungo la spiaggia incontri ragazzi che ti vogliono conoscere, fraternizzare, stringere la mano, accompagnarti per un tratto. Che desistono solo nel momento in cui con fermezza si sentono dire che si ha solo voglia di starsene un po' da soli, concetto probabilmente astratto per loro che invece hanno bisogno frequentemente di creare un clan. E mi sono sentito veramente idiota quando un ragazzo mi ha chiesto se avevo paura dell'uomo nero, rassicurandomi che non era un cannibale, che aveva il sangue del mio stesso color e che la diversità del colore della nostra pelle non poteva dividerci.
Perché esiste tanta disparità, tanto spreco da un lato, tanto bisogno di aiuto dall'altro. Ma la vita è un susseguirsi di eventi, di scambi, di tappe e di domande a cui non si riesce a dare risposte certe, e tante volte mi sono trovato a pensare che quelle che ci paiono sicurezze, diventano i nostri limiti, i nostri confini. 'Una matata una matata' tanti Keniani mi hanno detto questa frase. 'Non c'è problema', intendevano dirmi. Quando mai la nostra filosofia di vita prenderà questa inclinazione. Noi che anche quando di grosse problematiche non ne abbiamo, arriviamo a crearcele da soli! Mauro Pilotto IN PRIMO PIANO SU MARGHERITA.NET
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