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Kenia
testo & foto: Mauro Pilotto

Conosco bene il cosiddetto 'mal d'africa', quella sensazione mista a nostalgia, a quel rimpianto di non aver capito a fondo quanto bello fosse il luogo… nel momento in cui ci troviamo. E spesso ci si rende conto della fortuna avuta, proprio quando questa se n'è andata, se è dissolta. E a noi rimane forte il sentore di non averla apprezzata appieno.

Dieci anni fa avevo visitato il Kenya per la prima volta. L'impatto con l'Africa non può lasciare indifferenti. L'odore… è la prima cosa che avverti. Il caldo un po' umido che ti fa odiare gli indumenti che indossi. Ti verrebbe voglia di lavarti, da subito… e il contatto con la razza nera talvolta è causa di attimi di imbarazzo. Si avverte da subito una diversità, o anche una sorta di diffidenza dovuta a secoli di scontri, di pregiudizi, e di ingiustizie da parte dell'uomo bianco colonizzatore.

Allora cerchi di immergerti nel loro mondo, nella loro cultura tribale. Provi ad accettare tutte quelle regole per noi inaccettabili, legate alla loro religione integralista, alla condizione delle donne, alla loro indigenza e alla loro fierezza.

Oggi, come dieci anni fa, ho riscontrato nei Keniani che ho potuto conoscere una consapevolezza forte della loro condizione di sottosviluppo, la cruda consapevolezza di essere considerati 'terzo mondo'. La mancanza di prospettive di lavoro serie. Ragazzi che abbandonano la scuola perché non riescono a mantenersi agli studi. Ragazze belle e flessuose che mettono a frutto l'unico dono spontaneo della natura, rendendosi disponibili a maturi signori europei che le esibiscono come trofei.

È una realtà di cui siamo tutti al corrente, ma omertosi e vigliacchi… la accettiamo come realtà del luogo in cui ci troviamo ospiti di passaggio. In ogni parte del mondo, da Cuba a Bangkok, il turismo sessuale è diventato attrazione principale, nota non sottolineata nei cataloghi dei tour operator, ma fatto reale di cui ognuno di noi conosce l'esistenza.

Oltre ai safari, organizzati da assistenti in loco o dai tanti beach boys che popolano le spiagge più attrezzate della costa, il Kenya dà anche la possibilità di defilarsi in resort circondati da giardini bellissimi, pieni di palme, e altra vegetazione densa di colori e profumi. Giardini che sono tenuti in perfetto ordine da una schiera di giovanissimi giardinieri che falciano l'erba (sotto un sole impietoso) a colpi di machete! Sì… Non con i volgari taglia erba di uso comune, bensì a colpi d'arma tagliente. E tutto questo diventa innaturale in questo mondo telematico invaso da computer ed e-mail.

Camminare per chilometri lungo la spiaggia che è diventata enorme dato il ritirarsi della marea. allontanarsi dalla sicurezza del proprio tratto di spiaggia controllata dagli ascari (le locali guardie di sicurezza) e trovarsi soli, assolutamente isolati dal mondo, mentre il punto da cui sei partito si è fatto sempre più piccolo e la meta che ti sei prefissato sempre più vicina. Camminare tanto finché i muscoli fanno male. Incrociare di rado qualche solenne piccola donna africana con bambini piccolissimi portati sulla schiena, che reggono sulla testa taniche gonfie d'acqua raccolta dal mare. Donne con elaborate acconciature di treccine, donne giovani che sono già madri più volte, che sono regine… nelle loro baracche, appena dentro la folta vegetazione dopo le dune sulla spiaggia.

Bambini che compaiono a gruppetti, improvvisamente da dietro le dune. Bambini che ti sorridono timidamente, che agitano le manine, che parlano perfettamente o quasi… l'italiano o l'inglese. Piccole figurine nerissime che ti chiedono caramelle, scellini, scarpe, cappellino, occhiali da sole… ed altro. Qualsiasi cosa tu possa donare loro diventa motivo di vincita o di orgoglio.

E lungo la spiaggia incontri ragazzi che ti vogliono conoscere, fraternizzare, stringere la mano, accompagnarti per un tratto. Che desistono solo nel momento in cui con fermezza si sentono dire che si ha solo voglia di starsene un po' da soli, concetto probabilmente astratto per loro che invece hanno bisogno frequentemente di creare un clan.

E mi sono sentito veramente idiota quando un ragazzo mi ha chiesto se avevo paura dell'uomo nero, rassicurandomi che non era un cannibale, che aveva il sangue del mio stesso color… e che la diversità del colore della nostra pelle non poteva dividerci.

Africa, Asia… o America, nel momento in cui si è fuori dal proprio bozzolo si è comunque scoperti, prede di sensazioni umane forti e intense, talvolta testimoni di fatti che ti si scolpiscono nella memoria, osservatori di una preda diversa dalla nostra, spesso spiazzante.

Perché esiste tanta disparità, tanto spreco da un lato, tanto bisogno di aiuto dall'altro. Ma la vita è un susseguirsi di eventi, di scambi, di tappe… e di domande a cui non si riesce a dare risposte certe, e tante volte mi sono trovato a pensare che quelle che ci paiono sicurezze, diventano i nostri limiti, i nostri confini.

'Una matata… una matata' tanti Keniani mi hanno detto questa frase. 'Non c'è problema', intendevano dirmi. Quando mai la nostra filosofia di vita prenderà questa inclinazione. Noi… che anche quando di grosse problematiche non ne abbiamo, arriviamo a crearcele da soli!

Mauro Pilotto


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