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La pillola dimagrante

La terapia dell'obesità essenziale (e del sovrappeso) apparirebbe senza dubbio varia e composita alle nostre lettrici se per un momento soltanto ci soffermassimo a ricordare loro che essa solitamente prende l'avvio dalle "diete ipocaloriche", passa talora attraverso l'educazione del soggetto obeso, tocca gli interventi psicoterapici (individuali e di gruppo), si avvale parecchio dell'esercizio fisico, adotta la terapia chirurgica nelle forme gravi ed invalidanti ed arriva abbastanza spesso alla terapia farmacologica.

Ed è appunto di quest'ultima che vogliamo parlare in questa occasione, senza attardarci sugli altri trattamenti menzionati, per soddisfare la legittima curiosità del numeroso pubblico femminile che ci segue e che, in questi ultimi tempi, ha sentito spesso argomentare alla televisione e sui giornali della cosiddetta "pillola dimagrante".

In verità sono trascorsi più di cento anni dacchè si sono cominciati ad usare in medicina, come dimagranti, gli ormoni tiroidei nella convinzione che l'obesità potesse ascriversi ad un rallentamento del metabolismo intermedio.

Seguirono, qualche decennio dopo, il dinitrofenolo, anch'esso un accelerante del metabolismo, e l'amfetamina che, per contro, fu il capostipite dei farmaci anoressizzanti, così definiti per la loro capacità di produrre anoressia in chi li assume, il che sarebbe come dire farmaci in grado di sopprimere l'appetito.

In seguito le conoscenze farmacologiche sono progredite in questo campo, come in altri, ed oggi i medici possono intervenire sul peso corporeo impiegando tre tipi diversi di farmaci, vale a dire quelli che aumentano il consumo energetico (o metabolismo), che abbiamo appena citato e sono ormai abbandonati, gli anoressizzanti che riducono il senso di fame, appena nominati, ed infine i farmaci che agiscono sull'assorbimento dei nutrienti, come gli inibitori enzimatici, categoria a cui appartiene la molecola che costitisce l'ultima delle pillole dimagranti.

In effetti i ricercatori si sono impegnati, in questi ultimi anni, nella sintesi e nella sperimentazione di composti chimici in grado di inibire la capacità funzionale di alcuni enzimi intestinali sia nell'animale da esperimento che nell'uomo. La molecola che ci interessa è la tetraidrolipstatina, in grado di inibire, in parte, alcuni enzimi che intervengono nella digestione, quali le lipasi gastriche, intestinali e pancreatiche, ottenedo come risultato una riduzione dell'assorbimento dei grassi.

Negli animali da laboratorio si è ottenuto così un sensibile dimagrimento ed anche nell'uomo si è potuto evidenziare un aumento della escrezione fecale di grassi (50 g al giorno, in media) con conseguente calo ponderale. In pratica possiamo affermare che l'uso dell'inibitore riduce del 30% l'assorbimento dei grassi alimentari, valore che corrisponde ad una decurtazione dell'introito calorico giornaliero equivalente a 500 kcal. in media.

L'unico effetto collaterale sarebbe rappresentato da una possibile diarrea, generalmente di modesta entità, riferibile al malassorbimento provocato dal farmaco.

In conclusione la tetraidrolipstatina e gli altri farmaci che agiscono sull'assorbimento dei nutrienti, sono in grado di ridurre l'apporto calorico dei cibi introdotti con l'alimentazione e sembrano quindi capaci di indurre un dimagrimento nel soggetto obeso.

Prof. Giovanni Cristianini
http://www.geragogia.net/


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