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La balbuzie

Nella fase in cui i bambini apprendono a parlare avviene normalmente che essi si inceppino nel pronunciare le parole o che ripetano più volte le stesse sillabe. La balbuzie, invece, è un vero e proprio disturbo del linguaggio che può manifestarsi nell'infanzia e nell'adolescenza,sino ad arrivare, seppur raramente, all'età adulta. Dal punto di vista sociale, come è ben noto, è un malanno che può provocare notevoli danni psicologici, dato che chi soffre di balbuzie è molto spesso oggetto di derisione.e di scherno.

Non è facile parlare di "balbuzie" rivolgendosi ad un pubblico di lettrici e di lettori che non si occupano, ovviamente, dei problemi che riguardano il processo della fonazione e non possono, quindi avere una preparazione specifica in tale settore.
Cercheremo comunque di farci comprendere ugualmente perchè sappiamo che molte mamme, tra coloro che ci leggono, si preoccupano, ad esampio, della cosiddetta "balbuzie primaria" ( o pseudobalbuzie ) che compare con una certa frequenza nei bambini dai 3 ai 6 anni e che rientra tra le "disfluenze" casuali ed occasionali ( il termine scientifico di disfluenza equivale -grosso modo- a quello di balbuzie ). Se andiamo ad esaminare i bambini di 3 anni troveremo che un terzo di essi presenta questa pseudobalbuzie, la quale, non associandosi ancora alla coscienza del disturbo, non richiede pertanto terapia nè trattamento alcuno. Per quale motivo si opta per tale comportamento astensionista? Per la semplice ragione che nella maggior parte dei casi il disturbo, a tale età, si risolve spontaneamente.

Ma vediamo, tra le molte definizioni di "balbuzie" che ci sono, di trovarne una, semplice e chiara che possa essere facilmente compresa da chi ci legge. Scegliamo quella classica che definisce la balbuzie come un disturbo del flusso verbale , che si manifesta con blocchi ed interruzioni del linguaggio, manifestazioni queste che rappresentano il sintoma principale ( ovverossia quello che appare con evidenza maggiore ) di una patologia complessa che interessa l'intera personalità psicosomatica del soggetto in questione.
E già che siamo in tema di classificazioni, vediamo di catalogare le diverse forme di balbuzie che si presentano all'osservazione clinica.La più semplice delle elencazioni prevede una "balbuzie primaria" ( di cui abbiamo già fatto cenno ) ed una "balbuzie secondaria" di cui parleremo qui di seguito.

Ebbene la "forma secondaria" si instaura quando il bambino o fanciullo ( generalmente tra i sei ed i quattordici anni ) si rende conto del proprio difetto verbale , soprattutto per le ripercussioni che il suo modo di parlare provoca nell'ambiente in cui vive ( effetti negativi che comprendono i rimproveri dei genitori, il dileggio dei compagni ed un mancato compiacimento da parte degli adulti in genere ). Ora una situazione del genere è naturale ( ed anche forse comprensibile ) che possa creare una nevrosi ansiosa reattiva nel soggetto balbuziente ed anche un vero e proprio conflitto con se stesso, evenienze entrambe che fanno della balbuzie un fenomeno morboso che che finisce con l'automantenersi ( quando non peggiora ), proprio per la grave tensione psichica in cui viene a trovarsi l'interessato, continuamente di fronte al temuto giudizio degli altri.

Se esaminiamo il disturbo da un altro punto di vista, diciamo di tipo descrittivo ed anche clinico, possiamo distinguere una "balbuzie tonica", con blocco all'inizio della parola e prolungamento della sillaba, una "forma clonica" con ripetizione multipla della sillaba e, infine, la "varietà mista" che si presenta con i due difetti contemporaneamente.

La balbuzie preferisce il sesso maschile, come è noto, e con il crescere dell'età tende spontaneamente a diminuire di frequenza ( meno dell'1% a dieci anni ) ed a scomparire, quasi del tutto, dopo i trent'anni.

Non tratteremo in questa sede della eziopatogenesi della balbuzie , questione ancora molto discussa dagli studiosi, e spesso considerata , da alcune scuole, come il risultato di conflitti inconsci vissuti nella prima infanzia o come l'esito di una patologia del comportamento.

La scelta della terapia, che rimane ancora in larga parte empirica, deve essere fatta sulla base di alcuni fattori che comprendono età, situazione di famiglia, cultura, ecc...Consideriamo soltanto le tre classi di età, già nominate, che richiedono interventi diversi nei vari casi. Sotto i sei anni, come abbiamo già ricordato, il bambino non abbisogna di alcun approccio terapeutico, essendo quasi sempre sufficiente la sdrammatizzazione del problema.Infatti si può osservare che in un tempo relativamente breve il disturbo presenta, nella maggioranza dei casi, una netta regressione. Tra i sette ed i quattordici anni, invece, è necessario ricorrere ad un inquadramento psicologico del paziente, oltre a cercare di aumentare il "senso di sicurezza" del ragazzo, a consigliare alcune pratiche sportive, a modificare, quando possibile, i rapporti familiari, ricorrendo , nei casi più severi, alle diverse terapie articolatorie, di rilassamento e di respirazione.Nella terza fascia ( in cui sono inclusi adolescenti ed adulti ) si attuano in genere tecniche comportamentali di decondizionamento per combattere soprattutto l' ansietà nevrotica.

In conclusione possiamo affermare che molti di questi tentativi terapeutici, sperimentati nei casi che non dimostrano un miglioramento spontaneo, mirano di solito ad intervenire in stadi differenti del processo patogenetico, con risultati che, spesso, risultano solo parzialmente positivi.

Prof. Giovanni Cristianini
http://www.geragogia.net/


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