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Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico

La solitudine "Mi sento sola" è una frase, ed un pensiero, che sicuramente è familiare a molte delle nostre lettrici. La solitudine fa male, soprattutto quella che si prova quando - almeno in apparenza - sole non si è. Ci si può sentire sole all'interno di una coppia, sul posto di lavoro, in famiglia... la solitudine viene identificata come uno dei problemi contemporanei più sentiti e probabilmente lo è. Riceviamo molte lettere sull'argomento con domande spesso molto intime e personali. Abbiamo deciso di affrontare il tema, anche se a grandi linee, parlandone con la D.ssa Mariacandida Mazzilli, psicoterapeuta e psicologa.

Innanzitutto una piccola provocazione. Ma la solitudine è davvero una 'cosa' negativa, a tutti i costi e in ogni circostanza? C'è chi ha paura della solitudine, ma anche chi la cerca... avere paura della solitudine può essere il segno di un disagio interiore, dell'incapacità di bastare a noi stessi? Per senso di solitudine non si intende la situazione oggettiva in cui si trova chi è privo di compagnia, ma il "sentirsi solo" indipendentemente dalle circostanze esterne. Il senso di solitudine infatti rimanda ad una sensazione di tristezza dolorosa, ad un vissuto strettamente personale: ci si può sentire soli anche quando si è circondati da compagnia e affetto.

 
 

Ed è per questo che la solitudine è considerata spesso una "malattia" da cui si deve fuggire. Ci si sente condannati a doverla vivere e si ha contemporaneamente la speranza di poter ritrovare in essa momenti di intimità.

Ma lo stare sempre insieme agli altri, le infinite opportunità di contatto e comunicazione, possono svuotare di autenticità e intimità i rapporti, renderli inconsistenti: si fa spesso confusione tra rapporti autentici (dentro i quali coltivare sentimenti autentici) e rapporti falsi nei quali ci si può confrontare solo attraverso maschere sociali.

La solitudine può tingersi di colori cupi quando è legata alla perdita, all'abbandono, all'isolamento, ed è qui che si nota quanto questo sentimento sia fortemente legato al proprio senso dell'identità. L'identità infatti si struttura sin dalla più tenera età attraverso la paura e l'incertezza dell'abbandono della madre. Ci si spaventa della solitudine proprio perché è sovrapponibile allo stress emotivo da separazione, con quel senso di vuoto e inutilità come se il proprio valore dipendesse dal riconoscimento e dall'accettazione da parte dell'altro.

Mentre nella separazione e nell'abbandono il vuoto è determinato realmente dalla perdita della persona cara, nella solitudine questo vuoto sembra non poter mai essere colmato, essendo determinato dall'impossibilità a stabilire contatti profondi e significativi con le persone care. La solitudine però può tingersi anche di colori più vivaci quando rappresenta lo stare con se stessi, quando incoraggia lo sviluppo dell'interiorità e predispone alla creatività, alla nascita del nuovo. E' in questi casi che assume una accezione positiva, quando diventa una scelta, forse sofferta, uno stile di vita che alimenta esperienze con un senso più profondo. Rimanere soli davanti ad una decisione importante a volte diventa necessario per ritrovare un autentico dialogo con i propri bisogni.

Sentirsi sole all'interno della coppia. Sentirsi isolate, non protette, incomprese dal partner è una delle sensazioni più dure per una donna (vale anche il contrario naturalmente)... La solitudine ha a che fare anche con la paura d'amare. A volte la solitudine diventa una scelta proprio per paura di dover subire un'amara delusione, per il timore di non raggiungere la pienezza di una perfezione armoniosa. Nel rapporto amoroso, almeno per alcuni istanti, è possibile avere la percezione di quella perfezione: quando corpo e mente si congiungono si ha l'impressione di una beatitudine assoluta che altro non è che il ricordo rivissuto del primo rapporto perfetto, quello simbiotico con la mamma per il quale ognuno conserva per tutta la vita una struggente nostalgia.

Nell'amore di coppia tale nostalgia è identificata come INTIMITA'. L'intimità è compenetrazione di due corpi e di due anime che si cercano e si compensano nelle loro esigenze e nei loro bisogni più viscerali e nascosti. Nel rapporto di coppia solitudine e intimità sono in antagonismo: se c'è solitudine, non può esistere l'intimità. L'intimità annulla la solitudine e sopravvive anche nell'assenza della persona amata. Coloro che prediligono la solitudine possono essere persone molto concentrate su se stesse, che ostentano il loro bisogno di non avere un rapporto con gli altri, oppure persone che si dedicano interamente agli altri, che manifestano una disponibilità che diventa un modo per ottenere gratitudine e per assicurarsi che ci sarà sempre qualcuno che li cerca e li desidera. Dietro la "solitudine forzata" si cela il timore dell'abbandono e la riluttanza a rischiare. Non formo una coppia così non rischio e non ne rimango "scottato".

Ma cosa accade quando invece la solitudine si annida all'interno di un esistente rapporto di coppia? Quando i coniugi vivono sotto lo stesso tetto ma si rivolgono la parola solo per parlare delle bollette da pagare o dei voti a scuola del figlio? L'intimità lascia il posto all'incomprensione e la crisi segna una convivenza che è fallita o che sta per fallire, ma che si fa fatica a vedere e ad affrontare. Sono tanti i casi in cui si insiste su un percorso coniugale in cui rimane solo rabbia, amarezza e rancore dove tutto viene congelato, reso silente in nome di una dipendenza dall'altro. E' in questi casi che si ha paura della solitudine, che ci si costringe ad indugiare nel malessere e nella insoddisfazione. Mettere in discussione un rapporto di coppia vuol dire inevitabilmente far fronte al dolore della separazione, alla delusione, al senso di fallimento ma soprattutto obbliga a fare i conti con il "saper stare soli". Il saper stare soli è la manifestazione esteriore di un'intima sicurezza che si forma durante l'infanzia attraverso un meccanismo di introiezione di un oggetto d'amore buono (la madre soprattutto). Questa figura interiorizzata diventa quindi parte preponderante dello scenario intimo del soggetto, riproducendo perciò qualcuno su cui si può contare sempre anche quando non è presente. La capacità di stare da soli non è certo facile da raggiungere, la si conquista raramente e dopo molto tempo, dopo aver superato perdite e lutti, dopo aver elaborato una lunga sofferenza.

Ci accorgiamo che riusciamo a stare soli quando incontriamo noi stessi, quando prendiamo coscienza del nostro spazio interno che diventa spazio per immaginare, sentire e pensare, dove ci è possibile vivere separati. Diventa necessario allora vivere la solitudine senza doverla subire, senza cioè provare rimpianto o nostalgia per la persona che non è più con noi ma solo gioia nel ricordarla. La nostra storia allora sarà veramente farina del nostro sacco e non si dovrà più dipendere dalla presenza e dall'amore degli altri.

Lo stesso discorso può valere almeno in parte in ambito familiare. Quante ragazze si sentono sole in casa, in famiglia. Non comunicano, non vogliono o non riescono a farsi capire o a capire i genitori, con tutti i problemi che ne conseguono... Per gli adolescenti, la solitudine è una tappa inevitabile che segna un cammino di crescita. Le ragazze e i ragazzi si trovano ad affrontare nuove tipologie di relazioni affettive che vanno al di fuori del contesto familiare, vivono un grande senso di impotenza e di confusione che derivano dal rendersi conto di non avere alcuna chiarezza su quale sia il "ruolo" di adolescente. Si è alle prese con la sensazione di non "essere più quello di un tempo" e di "non essere ancora quello che dovrebbe essere". Disorientamento, smarrimento quando si è lontani dall'ambiente protetto dalla famiglia e ricerca di comunità di "pari" dove gli altri vivono le stesse sensazioni per accorgersi di non essere diversi, ma uguali agli altri.

Questo passaggio non può realizzarsi senza esperienza di solitudine, evitarla sarebbe regredire e ritornare nel rassicurante ambiente familiare oppure isolarsi e convincersi erroneamente di essere autonomo ed adulto a tal punto da poter fare a meno del gruppo dei coetanei. Per un genitore è difficile costruire un canale comunicativo con un figlio adolescente, stare troppo vicini potrebbe significare soffocarli ed invaderli, scegliere una posizione distaccata può voler dire farli sentire abbandonati e lasciati al loro disorientamento.

La solitudine è vista come un male sociale, un male dei nostri tempi, una delle conseguenze negative del progresso. È davvero così? Davvero una volta non si era o non ci si sentiva soli? Il progresso porta necessariamente alla solitudine? Sempre di più si sceglie in questa nostra società di vivere da soli. Oggi c'è una grande paura del contatto, paura di sentire. Si cerca di riempire il proprio tempo con tante attività, tentando di allontanare la consapevolezza riguardo alla propria esistenza. Per non incontrare la propria solitudine, per non conoscere i propri vuoti, spesso ci si rifugia in situazioni di dipendenza che ancora di più svuotano di valore la vita. Invece di chiedere ed esprimere affetto e amore (o odio e aggressività) molti cadono nelle subdole trappole legate a cibo, alcool, farmaci, sigarette, gioco e shopping compulsivo, lavoro in eccesso. Non trovare il tempo per "essere soli" vuol dire non trovare il tempo per se stessi, scappare da se stessi.

Si teme la grande sfida con il tempo: il cambiamento, si ha così paura di tornare indietro, di incontrare il proprio sentimento di abbandono, di confusione, in qualche modo si ha paura di fermarsi. "Non lasciarsi coinvolgere" è la parola d'ordine di ognuno. Il modello culturale vincente è l'avere successo, guadagnare molti soldi, dimostrare cioè agli altri e a se stesso di esistere attraverso l'avere. Chi può dire se un tempo ci si sentisse meno soli? Di certo essere "costretti" a parlare di persona, a guardarsi negli occhi, a leggere o a scrivere lettere reali perché non esistevano televisioni, internet o e-mail educava, se non alla solitudine, all'attesa, al non avere tutto e subito. L'attesa facilita il pensiero che ha bisogno di tempo per sopravvivere.

Come combattere la solitudine, vera o percepita che sia? Cosa fare per rompere le pareti di vetro al cui interno a volte ci pare di essere imprigionati? Negare la solitudine sarebbe come negare se stessi, per cercare di non soffrire si finirebbe in un "non luogo" che potrebbe allontanarci dalla realtà.

04 Dicembre 2009

Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it

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