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Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico

Pensi ad un figlio, ma lo desideri davvero? "Se non faccio un figlio non sono una donna completa"…" Se non faccio un figlio mi pentirò sicuramente tra qualche anno"... "Mi devo sbrigare altrimenti…" All'improvviso ci si rende conto che tutte intorno, conoscenti, amiche, sorelle, diventano mamme e ci si sente diverse, si ha paura di essere scartate, di non appartenere pienamente alla dimensione femminile, nasce la voglia di essere come le altre.

"Desiderare" qualcosa è diverso dall' "avere voglia" di qualcosa: il desiderio ha a che fare con la dimensione inconscia, profonda, mentre la voglia è un meccanismo comandato dall'esterno, più superficiale. Può succedere di ricercare la maternità non per un desiderio profondo, intimo, dettato da un percorso e una crescita personale, ma per un processo imitativo, più un condizionamento esterno che un sentimento vero e proprio. Un tempo era consueto mettere al mondo molti figli, la maternità era uno dei percorsi obbligati comuni a tutte le donne. Oggi le donne hanno maggiori possibilità di scegliere, di pianificare l'esistenza seguendo la propria personalità, la propria sensibilità. Non sempre le strade prescelte sono aderenti agli schemi prestabiliti dalla società, scegliere significa proprio attribuirsi il diritto di essere libere, rimanere anche sole con se stesse per poter riflettere su un piano più intimo, fare un lavoro di autoanalisi, tollerando quella inevitabile sofferenza che arriva puntuale nel momento della crisi, dell'incertezza.

 
 

I dubbi e gli interrogativi sulla questione "maternità sì o no" nascono all'incirca con l'approssimarsi dei 40 anni, dopo i quali, si sa, avere un figlio diviene via via più complicato dal punto di vista fisiologico. Ma questa è anche, in moltissimi casi soprattutto al giorno d'oggi, l'età in cui tutte le energie sono dedicate al tentativo di realizzare i propri obiettivi professionali.

Alcune donne tendono ad associare l'idea di maternità ad una certa privazione della libertà, ad una limitazione o addirittura sospensione della propria carriera. In questi casi ragionamenti e pensieri razionali (come per esempio quello dei soldi che non potrebbero bastare con l'arrivo di un bebè) potrebbero magari servire a "nascondersi" il fatto di preferire sé stesse ad un bambino. Accettare questa eventuale realtà risulterebbe molto faticoso anche per quello "strano" senso di colpa, sempre in agguato, lasciato in eredità dalle mamme e dalle nonne, abili genitrici che hanno dedicato tutta la loro esistenza alla cura dei figli. Non si possono trascurare i forti condizionamenti familiari. E' inoltre frequente la fantasia che non mettendo al mondo un figlio si vada ad interrompere quel senso di "continuità" della famiglia, da sempre contenitore delle nostre esperienze, dei nostri insegnamenti, e, soprattutto, testimone del nostro esserci stati.

Una gravidanza vuol dire anche cambiamento del corpo, paura di abbandonare il proprio aspetto da ragazze, di perdere per sempre la propria capacità seduttiva e la profonda confusione è alimentata anche dalle paure per tutta la sintomatologia fisica che può accompagnare il periodo della gestazione (le possibili nausee, l'aumento di peso, il dolore del parto etc.). Comune è la fantasia che il corpo possa finire per svolgere solo un'unica funzione cioè quella di accogliere un figlio, di diventare solo un "contenitore", il tutto connesso al timore di essere totalmente assorbite dal ruolo di mamma, rischiando di smarrire la propria identità, sia psichica che corporea, coltivata faticosamente nel tempo.

"Che aspetti a regalare ai tuoi genitori un nipotino?" Coppie felici, appagate, si sentono bersagliare da preghiere simili, ripetute, ridondanti, provenienti magari da familiari che "proiettando" la propria visione della vita, o semplicemente un proprio desiderio, non tengono nel giusto conto l'equilibrio della coppia in quel preciso momento. Né è giusto insinuare nefaste previsioni sul futuro della coppia ("se non lo fate adesso ve ne pentirete!") Un bambino non è un investimento per il proprio avvenire e ancor meno un "regalo" per i parenti, un figlio non è un oggetto ma comincia ad essere una persona ancora prima di venire al mondo, vive nella fantasia, nell'immaginario di una coppia di genitori che, insieme, lo desidera e ne ricerca effettivamente la sua presenza. A volte le coppie non sono "pronte" per introdurre un terzo elemento nel menage familiare. Molte donne si lamentano di avere accanto uomini bambini, egoisti, bisognosi di cure materne, uomini che respingono il ruolo di padre. Ma proviamo ad invertire la prospettiva: la ricerca ostinata di partners "peter pan" può mascherare l'alibi per la mancanza di un reale desiderio di maternità. Altre donne ricercano ostinatamente la gravidanza con una motivazione interiore (mai apertamente dichiarata e forse neanche del tutto chiara neppure a loro stesse): suggellare il rapporto, che sentono vacillare, con il proprio partner, con la fantasia onnipotente di poter legare a sé definitivamente un uomo che altrimenti sarebbe interessato ad altro.

C'è poi il caso degli uomini che impongono le loro scelte e può succedere che una donna diventi mamma solo per accontentare il proprio compagno. Si tratta spesso del preludio a storie di carriere professionali interrotte bruscamente, di rimpianti e rancori, di sensi di inadeguatezza e malcontento di donne per le quali il momento per un passo così importante non era ancora giunto, e che sfociano spesso nella fine del rapporto o in grandi sofferenze personali.

Molte pazienti iniziano la psicoterapia proprio durante il periodo della gravidanza: ansie, attacchi di panico, senso di solitudine, molte si sentono abbandonate soprattutto in quei casi in cui la donna sa, a livello cosciente, di aver preso la decisione da sola, senza l'approvazione del compagno, ma decide comunque di portare a termine la gravidanza. La "risposta giusta" ai mille interrogativi intorno all'eventualità di diventare madre, non si può trovare all'esterno, ma all'interno di sé. I dubbi portano anche vissuti di ambivalenza, incertezza, sensazioni di non essere all'altezza, il tutto alternato a momenti in cui si sente la spinta, l'attitudine ad affrontare questa esperienza. Bisognerebbe cercare un dialogo profondo con sé e distanziarsi il più possibile dai condizionamenti esterni. L'amore materno maturo cioè, l'amore destinato esclusivamente al figlio, puro, incondizionato, coraggioso, generoso è prezioso ma, come tutti i sentimenti, anche fragile ed imperfetto. In mancanza di un solido equilibrio psichico interiore, non è così automatico (come erroneamente si tende a credere) che questo canale di comunicazione si apra tra mamma e figlio.
Riprendendo il concetto espresso all'inizio, cos'è dunque, in realtà, questa "voglia di un figlio", in contrapposizione al profondo "desiderare un figlio"? Omologazione ai valori sociali? Senso di vuoto? Bisogno di affetto?

In questi casi più che di istinto materno si dovrebbe parlare piuttosto di necessità di sentirsi utili, di riempire un vuoto affettivo, di necessità di legare a sé il proprio uomo, cioè tutti desideri ed aspettative che riguardano l'individualità e i bisogni della futura madre.

Così come accade agli animali, per i quali l'amore materno è funzionale alla sopravvivenza della specie e finisce non appena il cucciolo è abbastanza grande da prendersi cura di se stesso, la madre potrebbe improvvisamente sentire la stanchezza che deriva da questo ruolo e scoprire la vanità delle proprie aspettative di appagamento.

La realtà è che, come sempre accade, la serenità e l'appagamento non derivano da persone, cose o situazioni esterne a noi, ma dal nostro grado di consapevolezza. E i figli sono "altro" da noi, sono persone complete in se stesse. Le madri che, non riescono ad assumersi la responsabilità della propria felicità, tendono a pensare ai propri figli come parti di se stesse e quindi pretendere da loro una qualche personale soddisfazione.

Ogni donna conserva dentro sé quello che è stato il rapporto con la propria madre, esperienze interiorizzate che possono influenzare scelte future. Legami burrascosi, sofferti, fanno riemergere antichi conflitti e alimentano il disorientamento al momento della scelta di mettere al mondo un figlio: in questi casi è frequente che la donna faccia confusione tra un "livello cosciente" che accetta la gravidanza ed un livello "inconscio" che tende a rifiutarla.

04 Dicembre 2009

Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it


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