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Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico

Anoressia e bulimia Anoressia e bulimia sono disagi che, nella loro manifestazione esteriore, riguardano il rapporto con il cibo. Quest'ultimo è protagonista della scena, ossessivamente respinto nel caso della anoressia o ricercato, fagocitato e poi vomitato, nel caso della bulimia.

Entrambi i comportamenti celano la paura del rapporto con gli altri e un disperato bisogno di amore. Il rifiuto o la ricerca del cibo divengono, in questi casi, un vero e proprio rifugio, una fuga dalla realtà, un bisogno assoluto di controllare la propria vita.

L'anoressia è una malattia tipicamente femminile. Il significato del suo nome, che prendiamo in prestito dall'antica Grecia, ruota intorno ad assenza di appetito, di desiderio di cibo. In realtà, l'anoressica è una persona avida, affamata d'amore. E' proprio la paura di perdere il controllo dei propri desideri che spinge queste persone a rinunciare a tutto. Chi riesce a non mangiare si convince di non aver bisogno di nulla e di nessuno. Il pensiero ossessivo del cibo cancella tutte le altre emozioni, è un disperato tentativo di far ordine dentro di sé.

Vi è una concentrazione quotidiana sul controllo del peso, sui chili, sulla qualità del cibo da ingerire e solo in questo modo si vive la sensazione illusoria di poter controllare la propria vita interiore, la propria sofferenza. La ricerca del controllo assoluto inevitabilmente indirizza verso una dipendenza illimitata dal sintomo che diviene, nella mente dell'anoressica, una cura, la sola e unica cura per le proprie sofferenze interiori. L'anoressica crede di poter venirne fuori in qualsiasi momento, "ora non mangio…tanto domani mattina mi preparo una ricca colazione, se io lo decido, lo faccio…", si illude di essere in grado di accorgersi in tempo dei segnali di pericolo che l'organismo indebolito manda, e di poter così evitare malori, ricoveri in ospedale e conseguenze più gravi (non va dimenticato che, nei casi estremi, l'anoressia può condurre alla morte).

 
 

Chi incomincia a mangiare smodatamente, difficilmente riesce a controllarsi. Capita spesso di pensare: "Da domani niente più abbuffate…non lo faccio più!", invece la tentazione è forte e la ricaduta probabile. Le persone bulimiche soffrono, il più delle volte, di mal di testa molto forti, causati dal frequente vomito, spesso auto-indotto e dalla disidratazione. Predomina una grande contraddizione: il desiderio di ingurgitare più cibo convive con quello di avere un corpo magro, simbolo nel proprio ideale, di benessere. Rinunciare al cibo, in nome dell'ideale di un corpo magro, potrebbe voler dire non sentirsi più coccolata, accudita. Il bisogno irrefrenabile di cibo contrasta col desiderio di non perdere il controllo.

Ma cosa significa perdere il controllo? Infrangere la dieta prestabilita, mangiare i granelli di zucchero caduti sul tavolo all'amica mentre zuccherava il suo caffè (se si era deciso di non mangiare dolci per un mese): a volte basta una piccola trasgressione per attivare una crisi bulimica, durante la quale si vive una sorta di trance e si pensa solo ad ingerire tutto il cibo a portata di mano, senza badare a cosa si sta mangiando. A volte il bulimico arriva ad ingurgitare più di 5 chili di cibo in pochi minuti. Nel momento in cui si rende conto di quello che sta succedendo, può subentrare una intensa angoscia, che è possibile placare solo ingozzandosi con altro cibo. Infine l'illusoria soluzione del problema: il vomito auto-indotto, un atto atroce, violento, accompagnato da una forte ansia: la quantità enorme di cibo ingerito viene improvvisamente vista come un pericolo mortale. Vi è un bisogno esasperato di buttare tutto fuori, di liberare quel corpo che si sta allontanando dai canoni ideali di magrezza. Il tutto condito da vergogna e frustrazione. Diventa difficile rinunciare all'atto di vomitare.

La maggior parte delle ragazze bulimiche e anoressiche instaurano un rapporto simbiotico con la figura materna. Vi è una profonda fusione tra le due, ma anche confusione circa i desideri e i bisogni di entrambe. Sono molte le storie di figlie che hanno inseguito inconsciamente i desideri frustrati della loro madre, cercando di realizzare le sue aspettative deluse. E' un circolo vizioso che costringe spesso le figlie a rimanere piccole, a non crescere, a non diventare donne autonome, a non costruire la propria identità e a non cercare la propria strada. Può essere difficile, per una madre, veder crescere una figlia, assistere allo sviluppo del suo corpo, alla prima mestruazione. Troppo dolorosa potrebbe essere la scoperta della sua femminilità e sessualità. La pubertà della figlia coincide spesso con la menopausa della madre, l'una diventa cioè che l'altra non è più. Gelosie, competizioni, tentativo inconscio di non farla crescere anche attraverso un taglio di capelli o un vestitino che potrebbero allontanare ogni forma di seduzione e femminilità. Cosa potrebbe succedere se la figlia diventa grande? Potrebbe venir meno il senso della loro vita, vivrebbero l'autonomia della piccola come un abbandono, un tradimento.

Sono molte le donne che fondano la loro identità solo nel ruolo di madre e sono proprio queste donne che si ammalano quando rimangono sole. A volte l'anoressia trova terreno fertile proprio in quelle figlie che fanno di tutto per non stuzzicare la gelosia della madre, il corpo magro, senza curve, i seni asciutti, fanno pensare all'infanzia, l'assenza di mestruazioni mette a tacere qualsiasi sofferenza della madre. A volte può accadere, all'opposto, che la madre costringa la figlia ad una crescita immediata, catapultandola in un mondo di adulti senza permetterle di vivere il passaggio adolescenziale. Madri divorziate o insoddisfatte per un rapporto deludente con il proprio partner che scelgono inconsciamente la figlia come appoggio, sostegno.

In questi casi la madre diviene la "migliore amica della figlia", ci si racconta tutto, c'è una grande confidenza. Ma si sa che la costruzione della propria identità si fonda in primis sulla separazione interna dai propri genitori, avviene attraverso il contrasto, l'opposizione. Un adolescente ha bisogno di un punto di riferimento, ha bisogno di fare il figlio. In queste famiglie non è raro trovare padri assenti, seduttivi che, inconsciamente, sono portati a mettere la figlia al posto della propria partner. Il sintomo anoressico esplode, a volte proprio come difesa da questo atteggiamento paterno, anche qui il corpo infantile diviene l'unico rifugio. Ruoli confusi, emozioni e rabbie non espresse, caratterizzano queste famiglie dove si comunica solo attraverso il corpo. Ed è proprio attraverso il corpo che la rabbia si esprime. Il corpo della persona anoressica- bulimica è rancoroso, tenta disperatamente di comunicare il dolore di non essere vista, riconosciuta nei propri bisogni, desideri, è un tentativo disperato di separazione, di frantumazione di quell'idea di perfezione che è stata violentemente appiccicata addosso.

Il sintomo può essere anche interpretato come un tentativo di chiamare in causa la figura paterna, esclusa dal rapporto simbiotico madre-figlia. Così il sintomo anoressico-bulimico riesce a tenere incollata un'intera famiglia che si ritrova finalmente ancora insieme, impegnata a parlare dei problemi della figlia, insomma a trovare il modo di risolvere il caso della malattia della figlia.

traordinariamente, grazie al sintomo, ognuno riprende il suo posto e il suo ruolo. Le persone anoressiche e bulimiche utilizzano il sintomo non come scoperta di sé, ma come una opposizione, una ribellione alla madre. Vicino ad una figlia brava nelle faccende domestiche, giudiziosa c'è in molti casi una madre dedita al lavoro, sempre fuori casa, così come accanto ad una figlia poco attenta al vestiario, all'immagine, c'è spesso una madre ossessivamente interessata ai profumi, all'eleganza etc.

La difficoltà più grande per chi soffre di questi disturbi alimentari è proprio nella presa di coscienza del proprio disagio. E' raro rendersene conto e chiedere aiuto.

Sostenere persone anoressiche o bulimiche significa non farsi trascinare dalla loro stessa mentalità dove è il corpo al centro dell'attenzione, e quindi andare oltre le manifestazioni esterne del disagio (l'assenza di appetito, le abbuffate, il vomito, l'eventuale mancanza di mestruazioni, etc.). Spesso i familiari sperano di scovare una giustificazione medica al sintomo, non rare sono le corse ai dietologi, agli ospedali. La scelta migliore è quella di cercare di parlare il meno possibile del cibo, del peso, dei chili. Infatti chi soffre di questi disturbi alimentari vive un piacere particolare nel raccontare tutti i dettagli dei propri rituali. Molti, pensando di fare del bene, tentano di spaventare, sottolineano la gravità dei sintomi, la difficoltà del ritorno del ciclo, gravidanze future impossibili, capelli e denti che cadono, ulcerosi all'esofago, consumo dello smalto dei danti a causa del vomito ripetuto etc.. Concentrano ancora l'attenzione sul sintomo e non su cosa c'è dietro il sintomo. Importante invece è spingere queste donne a guardare dentro di sé, a mettersi in discussione.

La psicoterapia individuale "contiene" la sofferenza e può avere una valida funzione di "accudimento materno".

I gruppi di auto-mutuo-aiuto, gruppi formati da persone accomunate dallo stesso sintomo, lo stesso disagio, potrebbero rappresentare un importante punto di riferimento e condivisione. Nel gruppo e più facile prendere coscienza con chiarezza della propria condizione di persona "anoressica" o "bulimica" e gli altri componenti del gruppo si rispecchiano e nello stesso tempo aiutano gli altri a rispecchiarsi: si impara a guardarsi anche con gli occhi dell'altro. Il senso di appartenenza al gruppo, la solidarietà, l'eliminazione del giudizio aiutano a solidificare la propria identità.

I gruppi di auto-mutuo-aiuto per i disturbi alimentari sono organizzati a Roma da Psicologia Donna. Le attività di gruppo si svolgono in corso Trieste 184.

Per partecipare ai gruppi di auto mutuo aiuto per chi soffre di disturbi alimentari è possibile prenotare un colloquio gratuito. www.psicologiadonna.it

04 Dicembre 2009

Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it

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