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Intervista con la Dott.ssa Mariacandida
Mazzilli
Psicologa, psicoterapeuta della scuola di psicoterapia psicoanalitica |
Voglia di cambiare
Ci capita spesso di ricevere via email testimonianze di lettrici
che esprimono un forte desiderio di cambiare vita, ricominciare, provare
a fare quello che finora per motivi vari non avevano potuto realizzare.
Si tratta spesso di donne che hanno un matrimonio ed una famiglia, figli
che stanno finendo di studiare, un marito che lavora. Donne che vivono
una situazione familiare almeno apparentemente 'regolare' (cosa sia
la 'regolarità' poi è un altro discorso...).
Eppure, nonostante la situazione apparentemente tranquilla, il desiderio
di cambiare, tentare nuove strade, sembra essere forte, e comune. Così
come l'insoddisfazione nei confronti della vita che stanno vivendo.
Abbiamo cercato di individuare gli argomenti più ricorrenti
nelle lettere che riceviamo su questo argomento e li abbiamo proposti,
sotto forma di intervista, alla D.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa
e psicoterapeuta.
Sembra che spesso la raggiunta (o quasi) maturità e indipendenza
dei figli coincida anche con il desiderio di molte donne di 'rifarsi'
una vita. Quasi avessero subito fino a questo momento una situazione
familiare che adesso, venuti meno certi vincoli, deve lasciare posto
a qualcosa di nuovo... Non è mai tardi per cambiare, si può
ricominciare a tutte le età. Ogni trasformazione inizia, di solito,
con una indefinita scontentezza ed una inquietudine alla quale, il più
delle volte, non sappiamo dare un nome. "Mi sento vuota, persa,
non ho più voglia di fare nulla, ho voglia di scappare, andare
lontano dove non ci sono persone che conosco, lontano dal mio lavoro,
lontano dai figli, dal mio ruolo di madre
" A volte succede
di prendere coscienza che la vita che si sta portando avanti non fa
sentire pienamente se stessi. Una presa di coscienza forte che costringe
a vivere una inevitabile crisi. Momenti di insoddisfazione e di frustrazione
facilitano la nascita di mille domande sul presente, sul futuro e acuiscono
angoscia e indecisione. E' proprio in questi momenti che la mente si
riempie di ricordi legati a quando si era ragazze, quando si avevano
meno impegni, quando si usciva con le amiche e si era corteggiate. Si
dà al proprio passato una valenza straordinaria, rimpiangendo
tutto quello che non c'è più. Inoltre, quando i figli
si fanno grandi e se ne vanno e ci si ritrova a vivere in due, con il
proprio partner, la coppia, costretta ad un faccia a faccia, a volte
non si riconosce più e possono sorgere dubbi sul proprio compagno.
Ci si domanda se si vuole veramente invecchiare con lui al proprio fianco,
se si è riuscite a portare avanti i sogni di gioventù
e se si ha ancora il tempo per farlo. Una sorta di bilancio, di "revisione"
dei propri vissuti. Il desiderio di "qualcosa di nuovo" stuzzica
specialmente chi ha formato la famiglia in giovanissima età,
rinunciando agli studi o a un sogno professionale per via dei vincoli
familiari. Inoltre, quando la propria figlia diventa donna, la madre,
il più delle volte senza accorgersene, rivede se stessa adolescente
e, inevitabilmente, una grande conflittualità prende il sopravvento
all'interno del rapporto madre figlia. La ragazza diviene oggetto dell'
"invidia" di una madre che deve fare i conti con il proprio
corpo che cambia, con la percezione di sé che assume sfumature
più precarie e incerte. Bisogni di "conferma" della
propria femminilità, della propria capacità di interessare,
di attrarre ancora l'uomo, acquisiscono importanza. Tutto questo può
costituire un fortissimo stimolo a voltare pagina, rimettersi in discussione.
A volte vengono addossate al partner delle responsabilità
ben precise. "Non mi ha permesso di andare a lavorare" oppure
"Non mi ha permesso di riprendere gli studi quando volevo farlo
e adesso è troppo tardi" o "Non ha mai voluto viaggiare,
e adesso lo farò da sola..."... Perché, almeno così
pare, emerge questo senso di insofferenza nei confronti del partner?
Forse si tratta di un sentimento già presente ma represso per
'il bene della famiglia' e adesso libero di essere espresso... Non
si è sempre coscienti della sudditanza e della prigionia. A molte
donne accade di vivere per tanto tempo schiave di preconcetti, di regole
stabilite da altri. Non si accorgono di diventare prigioniere, senza
la libertà di decidere, di scegliere, di pensare, c'è
sempre qualcuno che lo fa per loro, impedendo anche di poter sbagliare,
di fare esperienza. Quando invece si riesce a liberarsi dai condizionamenti
e da tutto ciò che mortifica la propria autonomia, si deve fare
i conti con la propria responsabilità, con la propria libertà
di scegliere: la situazione può divenire, per altri versi, più
scomoda e difficoltosa delle precedente. Può succedere di risvegliarsi
dopo un lungo letargo e accorgersi di aver vissuto passivamente per
tanto tempo, inconsapevoli e aderenti ai condizionamenti, al conformismo.
Ci si accorge di aver vissuto una vita preconfezionata dagli altri,
specialmente dal proprio marito, dal proprio compagno. Al "risveglio"
i conflitti esplodono senza mezze misure, con l'altro che difficilmente
accetta il cambiamento, il desiderio della donna di ricercare la propria
autonomia. Questa ricerca può voler dire, inevitabilmente, rischiare,
sfuggire al "controllo" del compagno, deludere le sue aspettative.
Per la donna stessa non è affatto facile, preda di forti conflitti
interiori può opporre resistenza alle sue stesse esigenze di
cambiamento, tergiversare, tornare sui propri passi, per poi cercare
nuovamente di recuperare terreno. E il passato può riaffiorare
alla memoria come idilliaco. Il desiderio di autonomia si scontra con
la paura di rimanere sole e di essere abbandonate. Non sono rare le
accuse al partner: la sensazione di prigionia e soffocamento fa esplodere
la rabbia con tutto il suo vigore. Molte donne non vedono riconosciuto
tutto quello che hanno fatto per la propria famiglia, si accorgono che
per il proprio partner è diventata "cosa normale" fare
affidamento sulla loro disponibilità e sulle loro rinunce. Ci
si accorge di essere entrate in un ruolo dentro il quale non c'è
spazio per se stesse, ma solo per gli altri. E' troppo facile però
addossare all'altro tutta la responsabilità del proprio malessere,
di come si sono impostati i ruoli all'interno delle dinamiche familiari.
Formare una coppia, sposarsi, specialmente in giovane età, significa
per molte donne non avere il tempo di coltivare se stesse, di pensare
alla propria emancipazione, e di provvedere alla libera espressione
del proprio Io. Queste donne inseguono la fantasia che il matrimonio
possa regalare loro quella libertà che nella casa natale non
avevano, mentre troppo spesso si tratta solo di un passaggio dai "condizionamenti"
della famiglia a quelli del rapporto di coppia. La libertà non
viene regalata o concessa da qualcuno, ma va conquistata imparando a
conoscere se stessi, i propri desideri, imparando anche a stare da soli.
Solo a quel punto si può pensare di stare in una "coppia",
intesa come unione di due personalità ognuna con la sua specialità,
col suo colore, con l'obiettivo di creare, sempre salvaguardando il
proprio spazio personale, uno spazio in comune con l'altro.
Da molte lettere emerge che il primo desiderio è spesso quello
di 'viaggiare'. Andare a trovare i figli (se sono andati a vivere lontano
da casa) il più spesso possibile, o programmare viaggi che da
tempo si erano sognati. Il tutto, preferibilmente, da sole, senza cioè
il partner con cui hanno condiviso gran parte della propria vita "Gli
è sempre piaciuto stare a casa, adesso che se ne stia a casa...".
Cosa significa questo desiderio di viaggiare, di spostarsi? Soprattutto
perché spesso il fine sembra essere il viaggio, e non la destinazione...
Al di là dell'opportunità di vedere posti nuovi, di
cambiare aria, viaggiare è appagante anche perché dà
l'illusione di allontanarci dalla crisi, dai conflitti, ritardando il
momento di affrontarli. Il viaggio in sé inoltre aiuta a sentirsi
libere, leggere, lontane dai condizionamenti, dai legami arrugginiti
e fermi nella loro crescita. Forse nel viaggio si ritrova anche quella
appagante sensazione di "controllo" sulle proprie cose, quel
senso di attività che prende il posto, in fantasia, della passività.
Perché andare a trovare i figli? Un po' perché alcune
donne si sono realizzate pienamente solo nel proprio ruolo di mamma
e, andando a trovare i figli, ritrovano, quella parte meno conflittuale
della loro identità che non ha bisogno di cambiamento, assaporando
la tranquillità che deriva dal constatare la solidità
di qualcosa che hanno costruito. Ma il viaggio verso i figli può
anche denotare, ancora una volta, l'incapacità di stare sole,
di sperimentare se stesse, affrontando realtà esterne alla propria
famiglia.
Molte donne raccontano anche di aver riscoperto il piacere di prendersi
cura di un animale domestico, un gatto o un cane "Non chiede mai
niente, ed è sempre contento di vedermi..." Si tratta forse
anche di un modo per riempire il vuoto lasciato dall'uscita dei figli
dal nucleo familiare? Il legame con un animale domestico è
speciale, semplice, senza riserve e libero da sovrastrutture. Quasi
un rapporto "ideale" nel quale le emozioni sono autentiche
e veicolate senza limitazioni. Si può amare liberamente un gatto
o un cane, senza paura di essere traditi, delusi: lui ha bisogno di
noi e tendiamo a ricoprirlo delle cure che vorremmo fossero riservate
a noi stessi. In fantasia una donna che si prende amorevolmente cura
di un animale domestico potrebbe così cercare di "riparare"
un dolore, una sofferenza, una mancanza. C'è del vero nel luogo
comune del cane che assomiglia al padrone, sull' "amico a quattro
zampe" si proiettano le proprie ansie, le paure, in un meccanismo
salutare che aiuta a controllarle. E in particolare, per una donna,
prendersi cura del cucciolo stimola ancora una volta le corde dell'istinto
materno.
Quello che sembra emergere è il fatto che si tratta di donne
ancora piuttosto giovani, che vorrebbero ricominciare una nuova vita,
riprendere a lavorare, fare nuove amicizie, conquistare un'indipendenza
economica, soddisfare magari i sogni di gioventù, ma anche di
donne alle quali la nostra società non riesce a trovare il posto
che vorrebbero o potrebbero occupare. Una situazione sicuramente frustrante,
che genera un senso di insoddisfazione e di impotenza, di fronte al
quale non sanno bene come comportarsi. Quale è il suo consiglio?
Non esistono consigli pratici validi per tutti. La prima cosa di cui
prendere coscienza è che ogni cambiamento, ogni rivoluzione,
ha un prezzo da pagare, un prezzo fatto di sofferenza personale, di
conflitti (con gli altri, ma anche e soprattutto con se stessi), di
ostilità e critiche delle persone vicine, di paure e sensi di
colpa. E' necessario affrontare il dissenso e la disapprovazione degli
altri, imparare a tollerare l'ansia che scaturisce dai contrasti con
le persone che ci stanno vicine, riuscire a non crollare davanti ai
rimproveri e ai ricatti affettivi, a non sentirsi colpevoli e ingrati.
Tra le donne è diffuso il pregiudizio che l'amore vada vissuto
condividendo tutto con il partner, sacrificando molte aspirazioni e
reprimendo le curiosità, il desiderio di conoscere altro al di
fuori della "rassicurante" realtà familiare. Ma l'amore
non può essere imposizione, condizionamento, controllo della
vita altrui. Amare significa rispettare l'individualità dell'altro,
favorirne la libera espressione, stabilire confini tra gli spazi personali,
tollerare la diversità e la lontananza. L'uomo deve assumersi
responsabilità anche relativamente a quelle mansioni storicamente
e culturalmente demandate alla donna. Essere sempre disponibili e
disposti al sacrificio personale può spingere gli altri, anche
le persona più care, ad adagiarsi e ad approfittarne in qualche
modo. E al momento di un eventuale reinserimento della donna nel
mondo lavorativo si presentano altre difficoltà. Non è
facile riproporsi in campo professionale dopo un periodo di non attività,
sia perché le opportunità non abbondano certo, sia perché
si è perso contatto la realtà lavorativa. Le prime proposte
potrebbero non essere perfettamente aderenti alle aspettative o alle
aspirazioni, ma anche questa potrebbe essere un'opportunità,
l'occasione di sperimentare se stesse in ruoli diversi da quelli immaginati.
L'avvicinamento al lavoro deve essere graduale, mai affrettato e violento,
è necessario accettare l'eventualità di non trovare tutto
e subito e non scoraggiarsi se non arrivano risultati e vantaggi immediati:
l'importante è tenere viva la creatività. Quella voce
interiore che esprime vaga insoddisfazione, che spinge verso le novità,
che ci invita a non restare schiavi delle convenzioni, non andrebbe
mai soffocata.
Si ringrazia la Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it
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