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Intervista con la Dott.ssa Mariacandida
Mazzilli
Psicologa, psicoterapeuta della scuola di psicoterapia psicoanalitica |
La violenza nella coppia Chi non ha mai
vissuto litigi e incomprensioni in una coppia? Aggredire a male parole
l'altro solo perché non è d'accordo o addirittura venire
alle mani quando la rabbia si fa incontenibile è qualcosa che
può anche far parte della vita di coppia, ma poi tutto passa
e, a spegnere gli animi che si sono accesi solo in quel momento particolare,
sopraggiungono intensi rimorsi e senso di colpa.
Lì dove l'aggressione è solo un fenomeno temporaneo e,
nonostante il forte conflitto, la relazione conserva parità e
simmetria tra i due partner, non si può parlare ancora di violenza.
In questi casi infatti viene mantenuta l'identità di ognuno
e l'altro viene rispettato come persona. A volte discutere, anche con
irruenza, aiuta a riconoscere l'altro e a tenere conto della sua realtà.
Lo scenario cambia quando le offese, le reazioni fisicamente violente,
diventano un vero e proprio modello di rapporto all'interno del quale
vige l'asimmetria: uno dei due partner ripudia l'altro, lo considera
un oggetto e si prefigge l'obiettivo di dominarlo e annientarlo.
Il malcapitato non può esprimersi, né utilizzare il
dialogo, ma viene totalmente negato. Proprio perché tra i due
partner esiste un affetto, il dolore e la sofferenza per la violenza
subita diventano insostenibili e immobilizzanti. Comunemente, il concetto
di violenza è associato all'aggressione fisica in quanto manifestazione
visibile, ma non si può parlare di violenza all'interno di una
coppia senza considerare anche quella psicologica.
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Ogni violenza è in primo luogo psicologica. In questo
tipo di coppie il più forte ha il potere sul più debole
e, possiamo sostenere che, nella nostra cultura, sia soprattutto la
donna a ricoprire il ruolo del più debole: gli episodi di violenza
di uomini sulle donne sono più numerosi.
Con questo non si vuole negare che anche le donne sappiano essere
violente, sebbene queste si avvolgano più spesso della violenza
psicologica o della manipolazione perversa. Generalmente gli uomini
violenti spiegano le loro aggressioni con motivazioni per lo più
esterne, come per esempio la gelosia o lo stress, mentre le donne si
giustificano con delle motivazioni più interne come l'incapacità
del coniuge di amare e di essere amato o la sua difficoltà a
comunicare affetto.
Vorrei concentrare ora l'attenzione, in modo particolare, sulla violenza
subita dalle donne. Minacce, insulti, urla dell'uomo hanno l'obiettivo
di trasmettere preoccupazione e insicurezza nella partner e l'intensità
e il volume della voce sono necessarie per sottometterla. Le ingiurie
sono maggiormente di natura sessuale e, raramente sono espresse in pubblico,
si preferisce l'intimità della casa perché in questo modo
l'aggressore può conservare una buona immagine di sé.
Davanti agli altri, gli insulti acquisiscono un tono ironico, per esempio:
"Sei sempre la solita
non hai il senso dell'umorismo, non
serve a niente parlare con te, non sei in grado di capire, fatti curare!"
Quando ci si deve preoccupare per la violenza all'interno della coppia?
Come si fa a distinguere una pressione psicologica da una semplice frase
aggressiva detta in un momento di rabbia? Il confine non è ben
definito, bisogna cominciare a preoccuparsi prima che si sfoci nella
violenza fisica vera e propria: la violenza psicologica è spesso
l'anticamera di quella fisica. La vera fatica in un rapporto è
creare uno scambio continuo, una reciprocità la cui mancanza
determina le condizioni favorevoli per l'esplosione della violenza.
Può succedere infatti che uno dei due partner dia tutto e non
riceva niente in cambio, come se la bilancia pendesse sempre da una
parte. Le violenze invisibili procedono per gradi. In primis c'è
il controllo: lentamente uno dei due prende il sopravvento sull'altro,
è il trionfo della possessività, si vuole dominare e comandare.
Si stabilisce a che ora e cosa si deve mangiare, si impedisce all'altro
di intraprendere un lavoro o coltivare una sua passione, si decide la
località delle vacanze o le sue amicizie. L'isolamento:
l'uomo fa in modo che la partner si allontani a poco a poco dalla sua
famiglia, dai suoi amici, così ottiene che la donna finisca per
occuparsi solo di lui. Accade spesso che ad un certo punto sia proprio
la donna a segregarsi per paura delle pressioni del compagno, si verifica
un completo scollamento dalla vita sociale, l'uomo limita tutte le possibilità
materiali per comunicare con l'esterno e controlla l'utilizzo di soldi,
automobile, telefono.
Gli uomini più manipolativi e sadici riescono persino a mettere
la propria compagna contro i suoi familiari. L'indifferenza:
si ignorano i bisogni e i desideri dell'altro, si alimenta la frustrazione
per tenere la donna in uno stato di insicurezza, evitando di parlarle,
di ascoltarla, di uscire insieme, di accompagnarla dai suoi, tenendole
magari il muso per tanto tempo senza mai dare una motivazione. O ancora
non tener conto del suo stato fisico o psichico (pretendere che faccia
le pulizie quando ha la febbre o di fare sesso dopo una forte lite).
La gelosia patologica: chi è geloso vuole possedere la
propria partner totalmente, e non sopporta che la donna sia "altro"
da lui. Minacce, interrogatori interminabili, ricerche di prove, estorsione
di confessioni, controllo su telefonino ed e-mail
niente deve sfuggire
al suo controllo. Non c'è spiegazione ragionevole che possa placare
l'ansia del geloso patologico per via della sua incapacità di
accettare una realtà insopportabile: che la propria compagna
resta "altro" da lui. La denigrazione: la partner non
è degna di rispetto e non ha diritto ad un'esistenza propria
quindi umiliazioni, mortificazioni sul suo aspetto fisico, sui suoi
amici, il suo passato etc.
Atti intimidatori e minacce: è una violenza indiretta
che ha l'obiettivo di far capire quanto si è forti e cosa si
è in grado di fare. Si tratta di gesti come picchiare il cagnolino
di casa, sbattere le porte, guidare a tutta velocità oppure minacciare
di togliere gli alimenti, portare via i figli o persino di suicidarsi
(il che alimenta nella compagna una forte colpevolizzazione). Sottomissione
e condizionamento: lentamente la donna smarrisce la sua capacità
di vedere distintamente quello che sta accadendo. Non si accorge affatto
di subire una violenza fino a quando questa non diventa anche violenza
fisica. Si entra in un circolo vizioso dal quale è difficile
svincolarsi. Alcune delle vittime che hanno la forza di andarsene e
di denunciare il proprio compagno, si ritrovano a tornare indietro sui
propri passi, subendo una sorta di plagio, di forte suggestione (proprio
come accade nelle sette). L'uomo violento punta alla fragilità
emotiva della donna, alle sue emozioni, alla sua vulnerabilità.
E' importante che le donne imparino ad individuare i segnali della
violenza per trovare in se stesse il coraggio di liberarsi da uno stato
di abuso. La sofferenza più grande sta nel rimanere immobili,
come paralizzate, senza capire come mai si è portate a voler
rimanere in una situazione che non può essere tollerata. Molte
donne finiscono per credere che sia normale essere punite, anzi riescono
addirittura a convincersi che la violenza faccia parte delle cose "poco
piacevoli" ma inevitabili nella vita. Imparano a controllare la
paura e arrivano alla conclusione che gli uomini siano un pericolo dal
quale è indispensabile difendersi. Da piccole sono educate ad
aspirare al "principe azzurro", ma contemporaneamente a diffidare
di tutti gli uomini. Da adulte non saranno in grado di fidarsi di ciò
che provano e, nel momento in cui subiscono una violenza, non sono sicure
di percepire oggettivamente la realtà anzi non parlano dell'abuso,
temendo di essere schernite o perfino considerate colpevoli. La nostra
cultura quindi confeziona un ruolo femminile attribuendogli fragilità,
dipendenza, emotività e spinge la donna a richiedere e desiderare
la protezione dell'uomo. Di fronte alla opportunità di una separazione
è molto facile che la donna scelga di restare con il proprio
compagno nonostante le continue aggressioni nell'intimità della
sua casa.
Perché molte donne, colte, intelligenti, indipendenti economicamente
e professionalmente soddisfatte, tollerano la violenza domestica? Da
sempre la donna ha nascosto i propri desideri e i propri bisogni per
modellarsi con quelle che erano le aspettative della società
e inoltre, ha sempre fatto fatica a costruire la propria identità
professionale. Essere "femminili" vuol dire essere, amorevoli,
sensibili e docili, quindi fragili e dipendenti, belle fisicamente ma
non eccessivamente altrimenti si potrebbe mostrarsi seducenti e, se
l'uomo diventa violento, si potrebbe essere accusate di averlo provocato.
La cultura tramanda che, per tenersi un uomo, è indispensabile
ostentare dedizione e dipendenza, concetto questo non tanto lontano
da quello che si impara da bambine che, per conquistare l'affetto dei
genitori, ci si deve mostrare brave nelle faccende di casa, coscienziose
e assecondare la felicità degli altri a discapito della propria.
Paura di essere abbandonate, bisogno di appartenenza, grande senso di
colpa per la rivalità con gli uomini, sfiducia in sé e
vergogna ostacolano queste donne, dissuadendole dal denunciare gli abusi
e svelare i propri vissuti.
Purtroppo, ancora oggi, la società tende a scaricare sulle mogli
la responsabilità della riuscita del matrimonio e troppo spesso,
se il partner degenera nella violenza, sono proprio loro, quelle donne
vittime di aggressioni, a sentirsi fallite per non aver saputo accontentare
il marito, rendendolo felice e costruendo una famiglia serena. Gli uomini
violenti sono bravi a solleticare l'indole protettiva della donna: raccontano
di essere stati vittima di una infanzia infelice o di un divorzio doloroso,
o di rapporti lavorativi deludenti e svilenti. E' una sorta di seduzione
che ha l'obiettivo di incantare l'altra, di immobilizzarla e, successivamente,
di dominarla privandola di un'esistenza propria attraverso atti intimidatori.
E può quindi succedere che, di fronte alla violenza, la donna
protegga il coniuge, lo giustifichi per il suo comportamento, convincendosi
che se lui è così è perché ha sofferto troppo,
è troppo solo o ha tante preoccupazioni.
Ci si incastra in un "imbroglio psicologico" e non si ha
più la forza di capire e di venirne fuori. E' difficile rompere
il silenzio e mettere in luce la realtà del proprio rapporto
coniugale anche se sarebbe il primo passo fondamentale per una via di
uscita. La lotta più grande che possono fare le donne oggi non
è tanto aumentare la spaccatura tra i sessi o lottare per essere
come gli uomini, ma interrompere quelle tradizioni culturali che mettono
al primo posto il sacrificio femminile e quella tanto sbagliata convinzione
che nel mondo esista chi comanda e chi subisce. Evitare di educare i
figli maschi come unici portatori di potere e di superiorità
e rispettare le bimbe, ponendo un freno a stereotipi che incatenano
entrambi i sessi.
Si ringrazia la Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it
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