La dipendenza da social media. Cosa è, e come se ne esce

Recenti studi individuano negli utenti tra 12 e 25 anni la fascia d’età che più è predisposta a soffrire di disturbi e disagi dovuti all’uso eccessivo di internet e dei social network.

La dipendenza da social media. Cosa è, e come se ne esce
La dipendenza da social media. Cosa è, e come se ne esce

Ormai quella da social media viene ormai considerata una vera e propria dipendenza, d’altronde sono sempre più le persone che manifestano tutti i comportamenti tipici della dipendenza psicologica. Anche alcuni ‘pentiti’ tra i fondatori e dirigenti di alcuni dei più importanti social network hanno recentemente ammesso di averli strutturati proprio in modo da creare dipendenza negli utenti, affinché tornassero sempre più spesso e non riuscissero più a staccarsi dal (o dai) social network preferito. Tempo fa è addirittura stato coniato il termine ‘Facebook Addiction Disorder’ che oggi possiamo tranquillamente estendere al resto dei social network più diffusi.

Abbiamo chiesto alla D.ssa Valentina Bigazzi, psicologo e psicoterapeuta a Roma e specializzata anche nelle cosiddette nuove dipendenze, di aiutarci a capire come questo è potuto succedere, cosa comporta per la vita nostra e soprattutto delle nuove generazioni, e come uscirne. Ecco cosa ci ha detto la D.ssa Bigazzi.

In che modo i social media riescono a generare dipendenza nei propri utenti? Quali sono i meccanismi psicologici attraverso i quali facebook, instragram, twitter tanto per citarne qualcuno, riescono ad entrare e a radicarsi nella vita di così tante persone? C’è chi parla di meccanismi legati al rilascio di dopamina, addirittura alcuni studi scientifici sostengono che i social media sono in grado di attivare zone del cervello solitamente attivate da sostanze come la cocaina…
La dipendenza da social media rientra all’interno della dipendenza da Internet, meglio conosciuta con il nome originale inglese di Internet Addiction Disorder (IAD). Si tratta di un disturbo del controllo degli impulsi che non implica l’assunzione di una sostanza. L’attività compulsiva online è portata avanti in maniera costante grazie a meccanismi psicologici e neurologici che sono alla base di sensazioni di piacere, soddisfazione, affettività e autostima. Come per altre dipendenze (alcol, tabacco, droghe) anche nella dipendenza da internet si osservano i fenomeni di tolleranza (ovvero, la necessità di aumentare progressivamente il tempo trascorso in rete), astinenza (a seguito dell’interruzione improvviso dell’uso di internet) e craving (ovvero, un bisogno compulsivo ed irresistibile di connettersi alla rete).

Recenti studi individuano negli utenti tra 12 e 25 anni la fascia d’età che più è predisposta a soffrire di disturbi e disagi dovuti all’uso eccessivo di internet e dei social network.

Allo stato attuale, l’Internet Addiction Disorder (IAD) non è stata ancora introdotta nel manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) nonostante siano state condotte a riguardo numerose ricerche.

Come si traduce questa dipendenza nella vita quotidiana di molte persone che ormai non possono più vivere serenamente senza la quotidiana dose di social media? In che modo si manifesta dal punto di vista pratico? Quali i sentimenti e i comportamenti più diffusi in chi soffre di ‘social media addiction syndrome’?
Nel momento in cui si innesca il meccanismo della dipendenza la persona che ne è colpita attua cambiamenti drastici nel proprio stile di vita. Quando Internet diventa l’interesse principale della vita e tutto il resto si svuota di importanza si verificano conseguenze molto negative, quali, ad esempio: evitamento di attività importanti di vita reale per avere più tempo in rete; privazione di sonno o cambiamento di abitudini di sonno per passare più tempo in rete; diminuzione della socializzazione; rifiuto di trascorrere tanto tempo lontano dalla rete; forte desiderio di trascorrere più tempo al computer/cellulare; incapacità a controllare il proprio utilizzo della rete; inquietudine e irritabilità mentre si tenta di ridurre l’uso della rete; abbandono di altre forme di intrattenimento (Tv, letture, gioco…); negazione del problema; tendenza a trascurare studio/lavoro, doveri personali e cura di sé. Possono, inoltre, comparire disturbi psico-fisiologici come stanchezza, disturbi della vista, tachicardia, insonnia, confusione mentale, ansia, depressione, attacchi di panico, crampi e dolori muscolari.

Per comunicare meglio cosa prova un utente che soffre di dipendenza da social network è stato coniato il termine “nomofobia”, termine che designa la paura incontrollata di restare privi di collegamento con la rete a causa di problemi di connessione o dello smarrimento del device.

Questa forma di dipendenza può essere a volte così forte e coinvolgente da non permettere più di ‘funzionare’ normalmente, come lei ha appena detto. E a questo punto è necessario fare qualcosa per rompere questo vortice e riprendere il controllo della propria vita. Quali sono le figure professionali a cui rivolgersi in questi casi, e come viene affrontato questo problema dallo specialista?
Quando il disagio mina il benessere della persona è indispensabile chiedere un aiuto specializzato. Rivolgersi ad uno Psicologo Psicoterapeuta ed iniziare una terapia rappresenta un passo fondamentale. La Psicoterapia può, infatti, costituire un valido aiuto per sostenere ed aiutare la persona ad uscire dalla dipendenza.

Per concludere vorremmo chiederle un consiglio per quei genitori che forse con troppa leggerezza hanno messo in mano ai propri figli uno smarthpone o un tablet, e che adesso si rendono conto di averli lasciati soli di fronte ad un sistema – quelli dei social media – dal quale non sono in grado di difendersi. Cosa fare? Come comportarsi?
E’ sicuramente fondamentale operare sulla prevenzione e su un monitoraggio costruttivo ma, i genitori, per risultare credibili, devono acquisire informazioni sul mondo di  Internet, in modo da poter palare con franchezza e competenza dei rischi e dei pericoli connessi all’uso della rete. E’ importante che i genitori preparino i ragazzi a un uso consapevole della rete lasciando aperta la porta del dialogo e del sostegno. Prima dell’adolescenza è possibile pensare di affiancare il proprio figlio quando naviga su internet condividendone con lui ogni uso, aiutandolo a farne un uso consapevole e ad avere un atteggiamento critico dei messaggi e delle informazioni che incontra.

Più avanti, quando i figli crescono e diventano più indipendenti e abili nella navigazione potrebbe essere utile chiedere loro di insegnarci qualcosa sulla rete. Farsi insegnare a utilizzare le applicazioni che lui conosce e utilizza meglio è un modo non intrusivo per entrare nel suo mondo e conoscerlo. Indispensabile per ogni età la costruzione di “regole condivise” (orari e tempi di utilizzo, contenuti permessi, informazioni condivisibili on line, tipologie di siti vietati) ed un dialogo costante genitore-figlio.

Ringraziamo la D.ssa Valentina Bigazzi
Psicologa e psicoterapeuta a Roma
https://www.psicologa-e-psicoterapeuta.it/

 

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