La crisi e la ‘donna in carriera’

by Margherita.net

Sono passati 24 anni dal film ‘Working girl‘ (Una donna in carriera), in cui la cinica Sigourney Weaver era contrapposta a una sprovveduta ma determinata Melanie Griffith; ciascuna a rappresentare un diverso modo di concepire il lavoro al femminile. Bei tempi, almeno loro un lavoro per cui combattere e affermarsi ce l’avevano. Magari potersi sbattere 24 ore al giorno per fare carriera! Oggi altro che carriera, sperare in una consulenza, uno straccio di contratto a termine tanto per poterlo mettere nel curriculum e portare a casa uno stipendio, almeno per un periodo dell’anno. Perché se il lavoro è liquido, le donne che lavorano si devono adeguare volenti o nolenti.

Altro che maternità retribuita, sulla carta sì, ma nei fatti di tutti i giorni quando c’è crisi le tutele sono le prime a saltare. E così la schiera delle ventenni che se ne vanno nei paesi dove c’è più tutela per le lavoratrici si ingrossa sempre di più. Ma chi ventenne non lo è più da tempo, se riesce a tenersi stretto il lavoro è già felice, altrimenti si barcamena con lavori a singhiozzo.

Sicuramente la figura della ‘donna che lavora’ così come è concepita nel nostro immaginario va rivista. Oggi abbiamo bisogno di modelli diversi, e siamo arrivate al punto che anche la vita schizofrenica di Diane Keaton, mamma single in ‘Baby Boom’, diventa desiderabile e invidiabile per chi un lavoro così impegnativo lo vorrebbe, eccome. E ci dobbiamo beccare Sarah Jessica Parker che ci propina la multitasking mom, in attesa di modelli migliori.

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